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Roh e Fata
27 December 2016 @ 09:06 pm

Epilogo







Quando aveva comprato quella casa, con i soldi ricavati dalle interminabili riedizioni del suo primo romanzo, Samuel l’aveva scelta per il silenzio, innanzi tutto, e per quel parco di alberi secolari che sembra avvolgerla in un bozzolo di tempo immobile dove lo scorrere dei minuti può declinarsi sugli accordi di un pianoforte o nel crepitio della fiamma del caminetto, in dimensioni più sfumate. Aveva pensato che fosse il posto ideale, per scrivere e addormentarsi. Aveva riempito il bosco di statue di marmo, nelle sue stanze aveva evocato demoni e dato forma a creature mai nate.
Adesso, con la spalla appoggiata a una delle travi di legno del portico e lo sguardo fisso oltre la sommità degli alberi, si domanda se qualcosa dei suoi riti magici non abbia finito per infestarla misteriosamente, quella casa, depositandosi negli interstizi dei muri o sfumandosi in certi odori.
È una serata come le altre - l’imbrunire di un cielo di giugno e gli accordi tutti diversi che uccelli invisibili intessono nell’aria. Eppure la notte non scende e non si alza il vento, l’arpa eolica resta immobile. E lui se ne accorge in quel momento, di aver trascorso l’intero pomeriggio su quel portico con in mano i dattiloscritti dei racconti da correggere che non ha neanche sfogliato, con quel senso di attesa illogica che lo ha tenuto in equilibrio per ore come un funambolo sul margine della sera.
La tazza di tè è ancora appoggiata sulla panca, gli occhiali ancora chiusi lì accanto.
Samuel sa benissimo che è del tutto irrazionale quella sensazione di trovarsi proprio stasera - proprio in quel crepuscolo infinito, sul finale di un giorno qualunque dei suoi trentacinque anni di attesa interminabile - ad aspettare l’alzarsi del vento come se significasse poter gonfiare le vele verso la terraferma, finalmente, come se la voce di tutti i fantasmi del passato fosse reale e continuasse a bisbigliare pianissimo che è tutto troppo immobile, troppo sospeso.
Stringendosi in una felpa troppo larga, ispira a fondo.
Non ricorda neanche più tutte le volte che ha visto David oltrepassare quel cancello o scavalcarlo, infilare la mano fra le grate per far scattare la serratura dall’interno o sbatterselo alle spalle in un gesto rabbioso. Per un attimo Samuel chiude gli occhi e lascia che la nostalgia fermi il respiro, ridisegni i contorni del suo volto.
La sensazione delle sue mani sulla pelle è sempre sorprendentemente nitida - il sapore del suo whisky brucia la gola anche a distanza di mesi. Eppure non parla di David, la strana dolcezza di quella serata sospesa in una luce troppo tenue: il suo ricordo ha spigoli affilati, lineamenti decisi. Uccide senza pietà - un solo colpo di grazia, tanto rapido quanto potente - e non si accorda con la foschia che sale dalle colline ad avvolgere le statue in un velo lieve di penombra e silenzio, non sarebbe tutto così dolce e così inafferrabile al tempo stesso. Non sarebbe lui, semplicemente.
Vivian e i suoi occhi chiarissimi si delineano quasi per contrasto, Samuel cerca di ricordare quando è successo che ha smesso di materializzarsi sulla soglia di quel cancello nel cuore della notte. Pensa alle sue scapole in rilevo sotto la stoffa di magliette sempre troppo leggere per ripararlo dal freddo dell’inverno, pensa alle sue mani che scorrono sul pelo del gatto. Seneca.
Anche lui fissa il cancello, immobile e solenne come una sfinge. Ha le orecchie dritte e gli occhi appena socchiusi, Samuel prova a chiamarlo. Dal basso, nessuna reazione.
“Andiamo, su,” insiste lui, decidendosi finalmente a rientrare in casa.
Accende la luce e il salone ammorbidisce le ombre in un’atmosfera soffusa, l’alone della lampada disegna cerchi sfumati sulle pareti di libri e scaffali. Posando i manoscritti sul tavolo, lui appoggia le spalle alla parete e lascia scorrere lo sguardo tutto intorno. Deve mettersi a lavorare e non ne ha voglia, continua a essere avvolto in quel torpore di sogno vigile senza che la mente trovi qualcosa di solido a cui appigliarsi. È strano, così incredibilmente bello.
E arriva il momento in cui è costretto ad affrontarle per forza, tutte le serate a cui davvero somiglia quella sera: la voce di Cohen in sottofondo e la testa di Björn abbandonata sullo schienale del divano, la forma delle sue mani sulla coperta di lana.
Le parole scambiate quasi sottovoce, il suo respiro. A scandire i minuti.
È una vertigine che non si aspettava, non così spaventosa e vivida. Non così carica di nostalgia, dopo tutto il tempo speso per abituarsi alla sua assenza e per venire a patti con l’idea che probabilmente non lo rivedrà mai più, che va bene così.
Va bene ancora, non è cambiato nulla.
Però adesso Samuel è costretto a passarsi la destra sugli occhi, per non cedere alla commozione, e deve tirare le tende di ogni finestra per evitare di ritrovarsi ancora a fissare quel cancello, in quel pomeriggio che ancora non diventa notte e nel silenzio di un vento che non pare volersi alzare, nell’ostinazione del gatto che da quando è entrato ha preso a puntare la porta come se fosse posseduto da un demone misterioso.
Scosta la poltrona dallo scrittoio, siede di fronte al computer.
Per alcuni minuti rimane così, senza decidersi ad accendere il portatile e senza nessuna intenzione precisa, senza riuscire a distogliere lo sguardo dalla forma allungata delle proprie dita. Poi arriva il suono del campanello, una scossa improvvisa che lo fa sobbalzare. Il dubbio che fosse reale, subito dopo, la percezione nettissima di averlo solo immaginato.
Quando si avvicina alla finestra ha lo stomaco chiuso e le ginocchia deboli, scosta la tenda.
Lentamente.
E chiude gli occhi, poi, perché non è possibile. Perché Bjorn somiglia alle statue di marmo del giardino, da lontano, ed è più facile illudersi che una di loro abbia preso vita piuttosto che credere si tratti davvero di lui. Perché i sogni possono diventare spietati, a volte, così nitidi da sembrare reali e talmente intensi da toglierti il fiato. Vorrebbe svegliarsi.
Si ritrova a muovere un passo dietro l’altro fino alla porta d’ingresso, invece, fa scattare la serratura del cancello. Inspira a fondo, apre il portone.
Il profumo dell’erba umida lo avvolge all’istante - non ricorda di averlo percepito quando stava temporeggiando sul portico, solo pochi minuti prima. Non ricorda che il cuore abbia mai pulsato con tanta potenza, come se il fluire del sangue fosse un rombo sordo.
Dall’altra parte del cancello, la figura appena intravista resta immobile.
Non è vero - pensa lui. Non c’è vento.
Solo quando l’arpa eolica tintinna leggermente quell’immobilità sospesa si increspa in un susseguirsi discreto di movimenti pacati: il visitatore tende il braccio, spinge il cancello. China appena la testa, come a scostare i capelli dal volto. E si incammina sul vialetto con la determinazione di arrivare in fondo e con l’incertezza di chi deve prender fiato prima di compiere ogni singolo passo - gli occhi fissi nei suoi, quell’azzurro abissale. Impossibile da richiamare alla mente in tutta la sua spaventosa chiarezza, impossibile che sia un sogno.
Samuel lo realizza in quell’istante, che serve coraggio.
Per questo tende le labbra in un accenno di sorriso, quando davvero si trova Björn davanti, non importa il terrore. Non importa che il ragazzo abbia distolto lo sguardo e lo stia lasciando spaziare sul parco - lui aspetta i suoi occhi, con pazienza, come se lasciarsi prendere dal panico significasse in qualche modo tradirlo. E ferma il tremito delle dita sulla maniglia della porta, dopo - senza sapere neanche come ci stia riuscendo. Rallenta i battiti del cuore, sente alzarsi il vento.
“Ciao, Samuel”.
Björn si è schiarito la voce, ha parlato piano.
Indossa una maglietta bianca che probabilmente potrebbe uccidere, se Samuel facesse l’errore di prestarci attenzione. E ha i capelli appena più lunghi dell’inverno scorso, è talmente bello che manca la forza di guardarlo davvero.
Non è possibile, pensa ancora. Sembra non sia capace di pensare altro.
Ma addolcisce il sorriso, intanto. Schiarisce la voce.
“Ciao,” risponde, semplicemente. “Vuoi entrare?”
Quello che gli sta offrendo davvero è la possibilità di stemperare l’imbarazzo nella banalità rassicurante dei rituali - scostarsi dalla soglia per fargli spazio, chiudergli la porta alle spalle. Appendere il suo giubbotto all’attaccapanni - offrirgli qualcosa.
Si sta comportando come se quell’incontro fosse normale eppure la stanza ondeggia paurosamente, tutto intorno, e la sensazione di irrealtà è così intensa da svuotare il cervello.
Samuel potrebbe sedersi sul pavimento, prendersi le ginocchia fra le braccia come quando era bambino. Potrebbe piangere.
“Preparo del tè, ti andrebbe?” domanda invece, senza lasciare che la voce si spezzi.
L’altro annuisce.
È evidente che non sappia cosa fare - i suoi movimenti sono ancora più incerti delle prime volte che ha messo piede in quella casa, più precisi i tentativi di non interferire con niente. L’incanto è così potente da far girare la testa - l’impulso di allungare la mano. Toccarlo.
“Siediti, dai,” gli dice, come se non fossero passati mesi dall’ultima volta che si sono visti. Come se tutte le cose da chiarire non pesassero nell’aria come macigni, come se fosse sufficiente il miracolo di averlo ancora lì.
Non c’è quasi spazio per farsi domande o per formulare aspettative - Samuel sparisce in cucina e mette il bollitore sul fuoco. Prepara le tazze, per un attimo chiude gli occhi.
Quando rientra nel salone, l’immagine di Björn seduto sul divano lo colpisce al cuore come una scarica elettrica: ha i gomiti puntati sulle ginocchia, le pieghe dei jeans a disegnare la forma esatta delle cosce. È fatto di carne, di sangue.
Forse è la prima volta che Samuel si accorge veramente di questo.
“Sei di passaggio?” gli chiede, dalla soglia della porta. “Vivian mi ha detto che adesso stai a New York. Ho conosciuto Vivian, dopo che sei partito,” aggiunge subito, e si rende conto di quanto anche i discorsi più semplici risultino complicati, in quella circostanza. Troppi vuoti da colmare, troppo tempo.
Di colpo lo assale la consapevolezza che non basterà offrirgli del the e inghiottire la voglia lancinante di abbracciarlo, per farlo star bene. E forse non basterà non credere a quella visione, per renderla meno reale.
Magari, forse, si è davvero alzato il vento. Crollerà qualsiasi castello di carte, adesso, qualunque alibi diventerà cenere.
“Limone o latte?” chiede comunque, come se non conoscesse la risposta già da mesi.
“Limone”, risponde Björn, diligentemente. Poi si schiarisce la voce, perché quel che sta per dire sembra richiedere per forza un tono diverso. “E non sono di passaggio, no. Sono tornato a casa. La settimana scorsa”.
Samuel rabbrividisce.
Servirebbe forse tempo per processare quell’informazione e le sue implicazioni, immaginare come sarà la vita adesso che fermarsi in un qualunque bar potrebbe significare incontrarlo seduto a un tavolino e che uscire di casa la mattina chiuderà per sempre lo stomaco alla possibilità di incrociarlo dovunque. In qualsiasi momento, senza preavviso.
Però Björn mormora, subito dopo: “Mi dispiace, Samuel”.
Ed è come se stesse mordendo quelle parole tra i denti da troppo tempo, come se ogni altro pensiero evaporasse sullo sfondo del dolore sottile che Samuel sente nascere nel petto - l’urgenza di tranquillizzarlo. Non è per questo, che è sceso tanto a Sud?
Scrolla la testa, sorride.
“No,” dice, muovendo un passo avanti. “Non è successo nulla, non c’è alcun bisogno di questo.”
Chinandosi di fronte a lui, gli posa le mani sulle ginocchia. È reale, così reale da ridefinire la fisicità del suo stesso corpo: Samuel sente la stoffa dei jeans sfregare sui polpastrelli, sente i brividi salire alla nuca.
“Stai meglio, adesso?”
L’altro annuisce,.
“Non starò mai bene”, ammette, a fatica. “Non…” Inspira. “Se avessi aspettato di star bene, sarei anche potuto non tornare mai. Ma mi mancava casa - Ljus, non eravamo mai stati lontani tanto a lungo. E altre cose, persone.” Una pausa, come per prendere una decisione. “Mi mancavi tu, Sam. Anche se forse non ne avevo il diritto. E non è vero che non c’è bisogno di scusarsi, non sai quante volte avrei voluto farlo”.
Samuel abbassa gli occhi, cerca di svuotare la mente da quella frase.
Mi mancavi anche tu.
Non può pensarci, adesso.
Tornando a guardarlo, aspetta che l’istinto di chiedergli perdono a sua volta si depositi sul fondale delle emozioni contrastanti che sta provando, si sforza di concentrarsi sul presente.
“È lo stesso anche per me,” dice infine, lentamente. Forse, non ha mai posto quell’attenzione esasperata nella scelta di ogni parola, nel tono stesso della voce. “Ma servirebbe a qualcosa, adesso?”, continua, serio. “Potrei chiederti scusa mille volte e non cambierebbe niente di quel che è stato il passato, potresti farlo mille altre volte tu. Ma realmente non esiste nulla che io sento di doverti perdonare, dovrei cercarlo e non lo troverei lo stesso. Potresti dirmelo, e non avrebbe mai avuto importanza.”
La teiera sibila, dall’altra stanza. Lui aspetta solo un istante, prima di alzarsi in piedi.
“Vado a prendere il tè,” gli dice. In un sorriso.
La tensione gli crolla addosso in cucina, dove Björn non può vederlo e non c’è più la necessità immediata di parlare o rispondergli, di rendere quell’incontro un po’ più facile per entrambi.
Mi mancavi anche tu - non riesce a togliersi quelle parole dalla testa. Parole che non ci ha neppure provato, a caricare di aspettative irreali, ma che malgrado tutto continuano a martellare nel cervello come un mantra. Il linguaggio segreto del mondo, il proprio nome sulle sue labbra. Ancora.
E a seguire tutta una serie implacabile di particolari che echeggiano nei nervi - la sensazione delle sue ginocchia sotto le mani e il neo sul collo, il suo modo di inclinare la testa. La sua voce, come una melodia dimenticata.
Rientrando in sala - le tazze in bilico su un vassoio improvvisato e la paralizzante incertezza su dove sedersi perchè il divano sarebbe forse una scelta troppo invasiva e la poltrona una fuga vigliacca - si ritrova con sgomento a non saper più cosa dire.
Resta semplicemente in piedi, quindi, porge a Björn il tè con la fetta di limone.
Rimane a osservarlo, dall’alto, mentre lui avvicina la tazza alle labbra.
E d’improvviso è la spontaneità a decidere per lui, la forza traboccante di emozioni che non puoi davvero tenere sotto controllo per sempre. “È talmente bello, saperti di nuovo a casa,” mormora piano, trovandosi costretto a posare la tazza sul tavolo. Finisce per chinarsi di fronte a lui un’altra volta, adesso soltanto nella ricerca quasi vitale dei suoi occhi. “Sono felice, che tu abbia deciso di tornare. E che tu sia passato di qui, rivederti è stato…”
Sta sentendo la commozione salire alle palpebre, distoglie lo sguardo. “Bello,” ripete soltanto.
Lentamente, con delicatezza, Björn posa la mano sulla sua.
“Anche per me, Sam. Davvero,” dice.
Chissà per quale ragione stanno parlando sottovoce, chissà se il tempo bloccherà per sempre l’intreccio delle loro dita in quella bolla d’aria. Samuel ha smesso di respirare, sta solo annegando. Nei suoi occhi. E sta sentendo il corpo diventare sensibile, così sensibile che anche solo il contatto con la mano di lui è una tortura sfibrante.
È Björn a ritirare il braccio, come una moviola - piega appena la testa e distoglie lo sguardo, si infila una ciocca dietro l’orecchio.
La realtà torna a definire tutto il suo peso in quel momento, perché Samuel sente che sta arrivando la domanda più temuta e aveva sperato di ritrovarsi più forza addosso, quando sarebbe successo, aveva giurato a se stesso che ce l’avrebbe fatta.
“Lo so che è passato molto tempo”, inizia Björn, e a lui non resta altro da fare che lasciarsi invadere da quel senso di fatalità spaventosa, incalzante. “E so che sono successe molte cose, nel frattempo: immagino che ci possano essere stati cambiamenti, nella tua vita, nuovi impegni. Ma…” Lo vede esitare, cautamente. “Mi piacerebbe molto se potessimo ricominciare a vederci, ogni tanto. Come prima. O… Come vuoi tu. Forse…”
“Non lo so, Björn,” lo interrompe, e si stupisce lui per primo di quel tono pacato, della calma quasi irreale con cui si alza in piedi.
Si sta sentendo male. E non conta niente.
Si ritrova ad affondare le mani nelle tasche della felpa come se fosse un altro a compiere quei gesti; lascia scorrere lo sguardo lungo le travi della libreria e non ne riconosce le geometrie - non riconosce se stesso, nell’uomo che infine si siede sulla poltrona, di fronte al divano, e si sporge in avanti, appoggiando i gomiti sulle ginocchia.
L’opzione di nascondersi o di proteggersi non ha neanche sfiorato la mente - Samuel guarda Björn dritto negli occhi.
“Ci sono cose che devi sapere, prima di decidere se ricominciare a vederci possa essere qualcosa che davvero ti senti di voler fare,” inizia, e solo la voce suona forse appena più roca del solito. Lui sposta l’attenzione sulle proprie mani, si bagna le labbra.
“Il punto è che io sono innamorato di te,” rivela. “In maniera assoluta, credo quasi da sempre.” Manca il coraggio di ascoltare l’eco di quelle parole, però, di controllare l’espressione di Björn o di mettere del silenzio fra quella confessione e la frase successiva. “E questo non significa che io mi aspetti qualcosa, che tu debba sentirti responsabile dei miei sentimenti o che per me sia doloroso. Non è doloroso, sono semplicemente io. Non c’è nulla al mondo che mi renderebbe più felice di trascorrere del tempo con te, che si tratti di bere qualcosa insieme o semplicemente di averti intorno e guardarti vivere. Ma credo che per te potrebbe essere una situazione pesante, mi dispiace…” Torna a guardarlo, sente i polsi tremare. “Non posso evitarlo e non potevo non dirtelo. Non credo sarebbe stato onesto, scusami,” conclude.
Non si sente affatto come chi ha delegato ogni decisione all’altro, in realtà sta semplicemente aspettando che lui gli risponda che sì, se le cose stanno in questi termini forse continuare a frequentarsi non sarebbe esattamente una buona idea. E gli avverbi li immagina solo perchè è sicuro che Björn cercherebbe di addolcirgli l’informazione, non perché sia convinto che possano manifestare incertezza o dubbio.
I lunghi istanti di silenzio che seguono li impiega a mandare a memoria tutte le sensazioni e i particolari di una vicinanza che è convinto di star vivendo per l’ultima volta nella vita - i loro sguardi legati e quell’azzurro che sa già non riuscirà mai a richiamare alla mente nel suo esatto grado di trasparenza, il disegno delle vene sui polsi di Björn e le pieghe della maglietta sui suoi fianchi.
Il suo respiro, veloce.
È evidente che stia cercando le parole e lui vorrebbe poterlo aiutare, suggerirgliele all’orecchio per rendergli tutto più facile.
Quando parla, finalmente, lo fa con un’esitazione perfino dolorosa.
“Non…” Si interrompe, si schiarisce la voce. “Non è una situazione pesante, Samuel. Non…” Con un movimento quasi improvviso, scuote la testa. “Per me, non cambia nulla. E non è che io ...” Il suo viso è arrossato, adesso, gli occhi caparbiamente fissi su un punto preciso della parete. “Non credo che sarò mai capace di dare a qualcuno quello di cui può avere bisogno, in questo campo, ma sono legato a te da qualcosa di molto profondo e non so…” Un’altra interruzione, e Samuel deve mordersi le labbra per non intervenire. Per non dirgli che non è tenuto a parlare di questo, che va bene così. È sufficiente. “Ti ho pensato mille volte, mentre ero a New York. Ho pensato mille volte di prendere il telefono e chiamarti, senza nessun motivo. Soltanto per sentirti.”
“E pensi che sentirci possa farti star bene?” domanda lui, senza badare all’impatto che quelle parole stanno avendo sui suoi nervi, inghiottendo la vertigine.
“Sì”, risponde l’altro, convinto. Samuel non aveva previsto nulla del genere, eppure è perfettamente cosciente della situazione in cui si sta infilando.
Il punto forse è quello, che non esiste nessun’altra situazione al mondo in cui vorrebbe stare. Per quanto possa prevedibilmente risultare difficile, e pericolosa, e mortale. Lui non desidera morire in nessun altro modo.
Soltanto quella mattina, anche solo l’illusione di poter un giorno rivedere Björn gli appariva tanto remota che adesso quasi non riesce a credere di averlo ancora lì, non sa convincersi che potrebbe forse rivederlo anche domani. E il giorno dopo. Non gli sembra possibile che sia Björn stesso, che glielo sta chiedendo.
“Non è stato per te che sono dovuto andare via da Rosenfield, questo inverno,” lo sente dire, mentre il cuore ancora batte nelle tempie e tutte le parole dette si accavallano in testa come fogli sparsi, voci confuse. “Tu sei solo stato una delle cose che mi è dispiaciuto lasciare”.
“Io voglio soltanto che tu sia sereno,” mormora Samuel. Ed è sincero.
Il resto non importa, penserà dopo a come gestire il dolore di non poterlo toccare. Si allenerà a rendere impalpabile ogni movimento, a sorridergli anche quando si sente morire e a diventare aria - per lui. Non ha mai desiderato altro, in fondo. E in fondo nessun desiderio ha importanza di fronte all’incredibile, immenso sollievo di averlo di nuovo accanto.
Si era imposto di non piangere, eppure gli occhi si gonfiano di lacrime quando infine rimane solo: “Telefonami, o vieni direttamente qui. Quando vuoi,” gli ha appena detto.
Ma non sa ancora immaginare una vita in cui basti portarsi il telefono all’orecchio per ascoltare il suono della sua voce e non riesce a distinguere la paura dal sollievo, non è capace di capire esattamente perché stia piangendo.
Sa soltanto che le lacrime scendono da sole, che qualcosa dentro il petto sembra gonfiare e gonfiare. Fino al limite.
E sente ancora l’impronta della mano di Björn sulla propria, sente la sua voce sulla pelle.
È tutto spaventosamente fisico, una scissione così netta da togliere il fiato.
Ed è tutto perfetto, allo stesso tempo, il cerchio estremo che si chiude. L’ultimo oceano.
Quanto sarà infinita, questa morte? Non gli importa.
Il Nord è in vista, finalmente, una distesa di bianco che acceca e commuove. Ma certe favole, ormai, non hanno più voce e non c’è spazio per i vecchi miti, non c’è ritorno.
Il gatto lo osserva, dal tappeto, e lui gli sorride.
Poi prende le tazze, le porta in cucina.
Fuori, sul portico, l’arpa eolica risponde al tocco del vento con un tintinnio sottile.








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