
La striscia d’asfalto corre sotto le ruote del taxi e la strada è umida, il cielo pesa sui tetti come un telone impregnato d’acqua.
“Dove sei diretto, ragazzo?”
Gabriel distoglie lo sguardo dal finestrino, reprime l’istinto irragionevole di asciugarsi le ciglia.
“Parigi,” risponde.
“Oh, Parigi è davvero un bel posto, un’ottima meta per qualsiasi viaggio. Studi francese, è per questo che vai a Parigi? “
“Non studio francese.”
“Vacanza? Lavoro?”
“Spionaggio,” taglia corto lui, e il tassista ci pensa un po’ prima di risolversi a ridacchiare. In realtà c’è qualcosa di vero, in quell’affermazione, un grumo di gelosia incastrato in gola e l’imbarazzo di una partenza non programmata, impegni rimandati: i suoi tradimenti li ha consumati tutti così, Gabriel, non nello spazio di una libertà troppo spesso smisurata e neppure dentro il letto di qualche amante occasionale. Ma in proposte lasciate cadere quasi per caso, negli spazi bianchi fra le parole di una chat.
- Hai in programma qualche trasferta?, stavo pensando di venire in Francia.
- Quando?
- La prossima settimana, al massimo quella successiva. Non ho lezioni importanti né scadenze a breve termine, potrebbe essere un buon periodo.
Per qualche istante, lo schermo era rimasto perfettamente bianco.
D’accordo. Fammi sapere quando conti di arrivare, aveva scritto poi Ethan, e Gabriel aveva visto distintamente la forma delle sue dita sullo sfondo chiaro della tastiera. Aveva immaginato la sigaretta chiusa fra l’indice e il medio, il nastro del fumo disciolto nell’ombra.
Non c’è mai stato bisogno di interpretarli, certi silenzi – sapeva che l’altro aveva capito e sapeva che era stato sul punto di affrontare l’argomento, sapeva anche perché avesse poi rinunciato: non era tipo da porgere la mano ai suicidi, sarebbe rimasto a guardarti annegare se soltanto tu avessi deciso di farlo. Ma l’imbarazzo era rimasto in bocca come un retrogusto sottile, quella volta, una sconfitta personale e privata.
Del ragazzino glielo aveva detto così, nel modo diretto che usava sempre per comunicargli qualsiasi cosa; se non fossero stati in chat lo avrebbe guardato negli occhi, forse - avrebbe scandito ogni sillaba con quella sua calma ineluttabile, con la voce perfettamente ferma.
È interessante. Completamente perso, e di un’intelligenza rara.
A volte capitava che l’insicurezza Gabriel se la sentiva aderire addosso come un abito troppo stretto che non riesci a svestire, che mette in risalto gli spigoli delle anche con la nitidezza spietata di una seconda pelle: non si è mai domandato che aspetto potesse avere, l’ultima scopata del suo amante – ha sempre saputo disegnare la risposta con un realismo fin troppo preciso: spalle larghe, muscoli in rilievo. Fisico asciutto.
E non faceva mai male, in fondo, si trattava di un territorio troppo straniero: altri orizzonti e rilievi più aspri, una realtà da ricercare in mappe più intricate. Ethan è un viaggiatore solitario, i suoi itinerari puoi seguirli solo a distanza. Puoi fiutarne le tracce nell’odore dei suoi vestiti, intravederne le curve dietro ogni sorriso.
Imparare a guardare in certi abissi era stata una lenta educazione al coraggio - Gabriel è cresciuto così, seduto sui gradini di qualche aereoporto in attesa di decolli e atterraggi. Sempre con qualche nostalgia nascosta nelle tasche, sempre impegnato nell’impresa di tenere il passo.
Tracciare confini intorno a certe vite sarebbe come svuotarle dell’essenza che ne costituisce il nucleo più profondo, e lui non ha mai pensato ad Ethan come un qualcosa di suo: quando l’ha conosciuto aveva già troppe storie nello sguardo e troppi segni del tempo a marcargli il viso, un fascino troppo insondabile. E sarebbe venuto sempre da troppo lontano – da un paese straniero o da stimoli diversi.
Parlava lingue sconosciute, durante il sonno – fumava tabacco nigeriano. Il sapore più amaro che Gabriel abbia mai assaggiato – la prima volta era stato un marchio di fuoco nella gola.
Eppure era inebriante come leccargli le labbra, inspirare il suo fiato e ritrovare quell’esatta punta di ruvidezza che scioglieva brividi oscuri - come la sua barba incolta che sfregava sulle cosce.
Era ancora un ragazzino, quando aveva imparato a radersi osservando il movimento delle sue mani.
Adesso tiene il rasoio fra le dita con la stessa angolatura del polso, passa la lama sul collo nello stesso modo. Più che il sesso, sono certe intimità a definire il malessere di una gelosia silenziosa che cresce nello stomaco come nausea, un disagio sottile: quel ragazzo l’ha immaginato seduto sul bordo della vasca da bagno, ha ipotizzato il suo sguardo sulla superficie di uno specchio. Nel riflesso dello sguardo di Ethan, nell’inclinazione del polso.
L’aereo galleggia nel vuoto con una vibrazione sommessa – fuori dall’oblò si stendono coltri di nuvole e mare.
- Come si chiama?
- Rowan.
- Non è esattamente un nome francese.
- Credi sul serio che potrei mettermi in casa qualcosa di autenticamente francese, Gabriel?
La chat lampeggiava sul monitor – Gabriel avrebbe voluto fargli presente che la stessa cosa si sarebbe potuta tranquillamente dire per le cose americane. Avrebbe voluto chiedergli se quel ragazzino se lo stesse portando a letto, sentirlo rispondere affermativamente e sciogliere una volta per sempre la tensione dei nervi.
Ma sarebbe stato inutile, sapeva fin troppo bene che non si trattava di sesso: le scopate di Ethan non hanno nome, non siedono sui bordi delle vasche da bagno mentre lui si rade. Non entrano nel suo appartamento, non passano la notte sul suo divano.
Perché? aveva scritto allora, ed era stato in quel momento che la sua intera vita si era riavvolta sul nastro di quella risposta, l’unica possibile.
Mi appassiona guardarlo vivere, è un ragazzo interessante. Completamente perso, e di un’intelligenza rara.
È un dialogo sotteraneo, il loro – le cose dette sono solo la superficie increspata di un oceano mille volte più profondo.
Eppure la nostalgia del suo corpo ha il sapore di sempre, mentre lui si trascina dietro una valigia quasi troppo leggera. Mentre cerca di ritrovare l’equilibrio dei passi sulla terraferma, mentre il tabellone declina arrivi e decolli in una sequenza ordinata.
È sera – i neon dell’aereoporto bruciano le palpebre.
Voglia di fumare, di respirare aria pulita.
Ethan è oltre la folla che si accalca all’uscita del terminal d’arrivo – Gabriel è abituato a cercarlo negli angoli più dislocati e a riconoscerlo dalle mani affondate nelle tasche, da sciarpe nere allentate sul collo. Indossa una giacca che lui non gli ha mai visto e la pelle è più chiara rispetto a quando era partito, gli zigomi più scavati.
Non c’è mai nulla di particolarmente lirico in quel loro ritrovarsi dopo mesi di lontananza - Gabriel osserva l’alternarsi dei suoi passi e si domanda quali cambiamenti l’altro stia a sua volta registrando in lui, quali segnali. Capelli appena più lunghi, la cicatrice del rasoio sul mento. Forse.
Forse stanchezza.
E la vaga inquietudine di sapersi dimagrito - sa che Ethan non dirà nulla riguardo a quello eppure prima ancora di prendergli la valigia dalle mani lo trascinerà a mangiare con una scusa qualsiasi, controllerà quanto tempo impiega per deglutire ogni boccone.
“È molto che aspetti?”
Potresti baciarlo e non sarebbe la stessa cosa, per assurdo ritrovare il suo sapore lo renderebbe ancora più straniero dell’abitudine a quell’odore sempre diverso - l’odore dei suoi abiti e di paesi sconsciuti. Lo sta abbracciando, e Gabriel sente la sua voce scivolare nell’orecchio con lo stesso timbro di certe notti umide, notti sudate.
“Come mai questo ritardo?”
“Siamo partiti alle dieci, sembra ci fossero problemi in aereoporto,” risponde, lasciandosi scostare perché lui possa guardarlo di nuovo. Ogni volta è un atto di coraggio, sostenere i suoi occhi. Coraggio e sollievo indicibile.
“Sei riuscito a dormire un pò?”
Scrolla la testa, Ethan annuisce.
“Sembra tutto così... Tutto così francese, qui,” osserva, mordendo un sorriso fra i denti. “Perfino il cazzo di aereoporto, se parlasse, sono sicuro che aspirerebbe la R.”
“Accompagnami alla tavola calda, ci aspetta un’ora almeno di treno per arrivare in città,” dice Ethan – Gabriel sente poggiarsi fra le scapole il palmo della sua mano ed è pienamente cosciente che che non c’è alcuna imposizione in quel percorso suggerito, che è lui stesso a muovere i propri passi verso i tavolini del self service e che sarà la sua voce a ordinare un pranzo completo, che mangerà tutto quanto.
L’uomo gli siede di fronte, mentre la forchetta affonda nella fetta di lasagna: ha il braccio agganciato allo schienale della sedia, e parla come se si fossero lasciati soltanto ieri, come se non avessero vissuto per mesi agli antipodi del mondo.
Non si tratta tanto di ascoltarlo quanto piuttosto di bere dalla sua voce curiosità e passione, di nutrire la mente.
“Credi che la reticenza del tizio possa nascondere qualcosa di interessante?”
E poi seguirlo nelle sue deduzioni, suggerirgli scenari alternativi. Ha sempre un’inchiesta da portare a termine, Ethan, anche quando il suo incarico richiederebbe soltanto la supervisione distaccata di un lavoro che altri devono svolgere sul campo: Gabriel giurerebbe che sia andato a cercarsela nelle serate libere, quella storia, che ne abbia fiutato le tracce negli scantinati di periferie turbolente.
“Credo che la faccenda sia da approfondire,” lo sente rispondere – il tono accelera le pulsazioni ed è sempre troppo difficile non trovarsi coinvolto, non sentire in bocca la sua stessa sete.
Non saprebbe dire quante ore siano trascorse, da quando hanno iniziato a parlare di quella storia: la notte sembra del tutto simile alle notti americane, mentre scorre dietro i vetri del treno, e le loro spalle sono appoggiate alla parete del corridoio, i pugni chiusi sul corrimano del vagone.
È difficile che Ethan scelga di sedersi nello scompartimento, in genere preferisce spazi più ampi.
In genere i suoi occhi diventano sorprendentemente scuri, quando guarda fuori dal finestrino, perché ogni viaggio è anche una discesa dentro se stesso e se Gabriel ha imparato a riconoscerne i segni nelle ombre del suo sguardo lui invece quelle ombre le allunga in certe pause fra le parole, nel modo in cui volta la testa di lato e guarda fuori nella notte. E la domanda di sempre è quale storia finirà per portarlo troppo lontano, quanto tempo resta.
Nessuno può dirlo.
Non quella città che si illumina nel buio come una casa di bambole, non lo sferragliare sonnolento del vagone. Non quella stanchezza languida, quasi ubriaca. Quasi felice.
Non la sua mano che si posa sul fianco, comunque – la tue dita che si intrecciano alle sue con una forza improvvisa.
Gli occhi si incrociano, per un attimo. Un attimo interninabile.
Ethan sorride.
“Sonno?”
“Credo sia il cazzo di vino francese.”
“Qua in Francia quasi tutte le inculate che prendi scoppiettano di raffinate bollicine.”
“Questo spiega molte cose.”
“Ci fai l’abitudine in fretta.”
“Ethan.”
A volte vorrebbe poterlo incatenare a un corrimano, al finestino di un treno qualunque. Al proprio polso, alla quotidianeità più comune.
“Stai pensando di andartene, probabilmente già da un pezzo.”
Lui non risponde.
“Ethan.”
“Troppe bollicine, immagino sia questo,” viene infine la sua voce, mentre Gabriel si passa la mano sulla fronte e per un attimo si rende conto di non sapere neanche più dove si trova. In che paese, quale continente.
“E i nomi ridicoli che danno ai formaggi, anche…”
“Più che altro, la fottuta chitarra di Carla Bruni.”
“Senza dimenticarsi di smorzare le R.”
“Quello è essenziale.”
Ethan diventa serio – è sempre un brivido quando cambia espressione in quel modo.
“Ho bisogna d’aria, Gabriel,” dice, e non c’è niente che lui possa obiettare: lo ama anche per questo, è esattamente così che lo vuole.
Libero.
Non importa il terrore della telefonata più temuta, la paura di saperlo esploso su una mina. Non importano quell’ansia costante, quell’amarezza di fondo. Inestinguibile.
“Fa’ quello che senti, allora,” risponde. “Hai comunque il mio appoggio.”
Non ha mai creduto che quell’incarico potesse davvero fermare la giostra delle loro vite, del resto – forse l’ha solo desiderato in qualche parte molto remota di se stesso, un sogno contraddittorio. Volere e non volere, perdersi in labirinti troppo intricati.
Ethan sembra capirlo, mentre annuisce in silenzio.
Ha la mano ancora poggiata sul suo fianco, le dita intrecciate alle sue. Gabriel allenta la stretta come a lasciarlo andare, indica col mento in direzione del finestrino.
“Credo che siamo arrivati,” osserva.
Poi, Parigi lo travolge come un crescendo di note sempre più alte – c’è musica, in ogni angolo di strada, accordi sfiorati in punta di dita e ventagli di luce che richiamano suggestioni lussuosamente decadenti, grumi di lacrime in ogni lampione. Ponti maestosi.
È un film che guardi scorrere in fotogrammi lontani, qualcosa di troppo perfetto per per non essere anche un po’ ingannevole.
“Sei assolutamente sicuro che non si tratti di un’allucinazione di massa?”
Ethan ride – gli circonda la spalla col braccio.
“Bollicine,” ripete, e lui si lascia baciare perché la testa gira quel tanto che basta per trovarlo romantico, perchè non c’è alcuna impicazione sessuale, nella maniera in cui le labbra si sfiorano, e in quel momento va bene così – solo posare la testa sul suo giubbotto. Sentire il suo respiro fra i capelli, chiudere gli occhi.
Il momento di follia romantica termina quando il taxi accosta lungo il bordo un marciapiede più oscuro, in un vicolo più stretto. L’aria della notte graffia le mani e Gabriel si carica la valigia sulla spalla, sente scattare l’accendino di Ethan. Guarda in alto, immobile, mentre il fumo si scioglie nell’ombra insieme alla condensa delle parole.
“Lo so, sembra impossibile. Ma ti assicuro che non sono mai sbucati Barbie e Ken da dietro la porta.”
“Fin’ora…” osserva lui, mentre lo sguardo scivola lento sulle ringhiere di leziosi balconcini, sulle volute degli stucchi. La visione ha un che di surreale, soprattutto sullo sfondo del profilo di Ethan.
“Puoi fare un rutto, se hai bisogno di riequilibrare le prospettive,” lo sente dire, mentre ruota il polso per girare la chiave nella serratura del portone. “Se qualche francese dovesse sentirti, hai sempre la scusa delle loro dannate bollicine…”
“Non scherzare, è seriamente imbarazzante.”
“Architettura parigina, mon amour.”
“Posso dormire in albergo?”
“Tu non vuoi davvero vedere gli interni del Ritz, Gabriel. Fidati,” assicura Ethan, eppure Gabriel mentirebbe se non ammettesse che quell’ambiente produce su di lui anche effetti piuttosto curiosi – come la sensazione di essere ubriaco, un’euforia sotterranea. Sensi allertati, adrenalina.
Appoggia la valigia per terra mentre Ethan chiude con attenzione la cancellata dell’ascensore – il ferro battuto si arrotola in volute floreali e quando lui sente sollevarsi la cabina allunga il braccio per premere il pulsante d’arresto, muove un passo avanti.
“Oh Cristo, sei davvero ubriaco…” esclama l’altro, senza riuscire a nascondere una smorfia divertita.
“Com’era?” domanda lui, inarcando il sopracciglio. “Tutte le inculate che prendi qua in Francia scoppiettano di raffinate bollicine…”
“Immagino tu sia consapevole di non esser granchè romantico…”
“Fanculo il romanticismo,” è la risposta – Ethan scoppia a ridere. Ethan preme le spalle contro la parete della cabina e gli afferra il bavero della giacca con entrambe le mani, gli struscia la lingua sul collo.
Dopo, la lotta contro i vestiti segue percorsi già ampliamente sperimentati – dita che si agganciano alla fibbia della cintura e la fretta dei palmi premuti sulle natiche, il sapore del suo tabacco nella bocca. Il sussulto improvviso della stretta intorno al suo sesso e lui che gli chiude il pugno sul polso per obbligarlo a rallentare, pantaloni impigliati alle caviglie.
Gabriel rovescia la testa sulla sua spalla mentre lui affonda dentro il suo corpo lentamente. Lentamente, perché quello è il momento in cui il tempo si allunga nello strusciare silenzioso delle labbra sulla fronte e nella calma di movimenti fluidi, di parole private.
Quando la nostalgia si fa sentire il ritmo è già pressante, non resta molto altro da fare che lasciarla espandere insieme al piacere. Non resta che sibilarglielo all’orecchio, “E fanculo anche a te, Ethan”, come se servissero parole dure per equilibare il disagio di quelle lacrime che lui adesso gli asciuga col dorso della mano, che sa perfettamente essere una sua colpa. Qualcosa che non può evitare.
“Sicuro. Fanculo, Gabriel,” sorride, scostandolo quel tanto che basta perche lui non ci affondi fino al collo, nell’imbarazzo di quella fragilità improvvisa. “Andiamo, vestiti. Barbie potrebbe aver bisogno dell’ascensore.”
“O Ken,” esala lui.
“O Barbie e Ken insieme, visto l’uso che se ne fa…”
Scoppiare a ridere è un sollievo che quasi spezza le gambe - a volte Gabriel è colto dal terrore improvviso che non riuscirà mai a ringraziarlo abbastanza per ogni volta che non gli ha chiesto ragione di certe debolezze. Per non averlo mai abbracciato, o consolato.
Sa di avere gli occhi ancora lucidi, mentre lui ruota la chiave nella serratura dell’appartamento, ma quello è il primo istante, da quando è atterrato, che ha la sensazione di sentirsi davvero forte. Stanco di una stanchezza diversa, meno ubriaca. Più vigile, consapevole.
La porta si apre – dentro le luci sono accese.
Ethan si scosta per lasciarlo passare, gli prende la valigia dalle mani.
“Non fare commenti,” gli intima.
Lui, entrando, morde fra i denti quello che deve apparire fin troppo evidentemente come un sorrisetto sarcastico.
“Cos’è, una bombiniera?”
“Non. Fare. Commenti,” ripete l’altro.
E di colpo la voglia di farne passa del tutto, è sufficiente che gli occhi incrocino la sagoma di un cappotto abbandonato sul divano. La forma di uno zainetto scolorito, i margini del giornale disegnati.
Ricordare il motivo di quel viaggio è un pugno allo stomaco che neppure Ethan riesce ad evitargli, stavolta - non importa quanto si muova per quel salone come se niente fosse. Non importa accorgersi che c’è un pianoforte sistemato sotto la vetrata, sentirsi ridicolo e non riuscire a perdonarselo. Non riuscire a sorridere.
Quando il ragazzo compare sulla soglia della stanza sta addentando un panino – è a piedi nudi, ha i pantaloni calati sui fianchi e una spalla scoperta dal collo di una maglia troppo grande. Ha i movimenti fluidi di un felino, un’espressione naturalmente aristocratica e un po’ annoiata. Un po’ distratta.
È quello, dunque.
Non è difficile intuire cosa affascini tanto Ethan, l’intrico della trama è scritto nella sua stessa gestualità. Gli occhi scivolano sugli oggetti come se a malapena ne riconoscessero le forme, le labbra sono curvate dall’abitudine ai luoghi oscuri. Ci sono abissi, alle sue spalle - angeli truccati da puttane, pigmenti disegnati in nero: eppure il suo sguardo non mostra davvero insolenza, solo un disincanto istintivo. Una sensualità distaccata, sinuosa.
Gabriel deglutisce.
È sicuramente più a disagio di quanto lo sia l’altro, che da parte sua si limita a rivolgere un’occhiata interrogativa a Ethan. Devo togliermi dalle palle? – sembra chiedere.
Ethan, come al solito, non pare disponibile a concedere alcun tipo di risposta.
“Buon appetito,” dice soltanto.
Il ragazzino inghiotte il boccone.
“Ti ha chiamato un tizio,” lo informa, lanciando a Gabriel un’occhiata vagamente curiosa. “Dice che deve parlarti. Ho segnato il nome.”
“Sul margine del giornale, noto.”
Improvvisamente a Gabriel viene da ridere, un’istinto ruvido.
“Puoi usare le banconote del suo stipendio per accendere il camino, ma se gli tocchi il suo giornale diventa isterico,” dice rivolto al ragazzo, mentre si sfila il giubbotto dalle spalle. Si tratta di sopravvivenza, forse – sa che Ethan non verrà in alcun modo in suo aiuto. Sa che non sarà lui a toglierlo dall’imbarazzo, ad offrirgli occasioni per salvare la faccia.
“Sono Gabriel, piacere,” aggiunge quindi, porgendogli la mano. “Buffo, non somigli neanche lontanamente a Ken.”
Non che l’altro sembri prestare particolare attenzione a quelle parole – Gabriel sente lo sbuffo divertito di Ethan, alle proprie spalle, ma la stretta di Rowan è tranquilla e rilassata. Non ci sono domande, dentro suoi occhi, deve aver perfettamente chiara anche la sua identità.
E per un istante la fantasia forma l’immagine di lui ed Ethan seduti sul divano - magari molto vicini, in quelle lunghe serate d’inverno. Magari impegnati a bere vino bianco e a parlare di lui, a scambiarsi confidenze.
La gelosia si condensa sempre in scenari del genere – la radice più amara affonda nel suo stesso vissuto da ragazzino: situazioni impresse nella memoria, segreti gelosamente conservati.
Gabriel distoglie lo sguardo, cerca nelle tasche per recuperare sigarette e accendino.
“Non mi aspettavo di incontrarti. Quando sei arrivato?”
“Qualche ora fa,” risponde al ragazzo, senza più guardarlo. “Sono ancora frastornato dal jet lag.”
“E dalle bollicine,” osserva Ethan.
Lui non commenta, limitandosi ad aspirare il fumo.
“Avete mangiato?”
È quasi grottesca, quella situazione - c’è qualcosa di profondamente surreale nel sentire un perfetto estraneo che informa il tuo uomo di cosa ci sia o non ci sia nel suo frigorifero.
“Credo che la roba di ieri sia ancora tutta lì, io non ho toccato molto,” esclama il ragazzino, appoggiando morbidamente il fianco allo schienale del divano. Lo diresti l’ospite perfetto, non fosse che l’appartamento è di Ethan. Non fosse che Ethan sembra disinteressarsi quasi ostinatamente di quel che sta accadendo nel suo salotto, del loro disagio e perfino delle domande che gli vengono rivolte.
“Io ho preso qualcosa all’aereoporto,” risponde quindi Gabriel, sforzandosi di aggiungere un grazie stentato. Ha voglia di andarsene, tornare in America.
“Magari faccio una doccia,” dice invece, sollevando fermamente gli occhi su di lui. “Se non ti serve il bagno.”
“Nono, io tanto stavo comunque andando via.”
“Sicuro?”
“Mi ha fatto piacere conoscerti, Gabriel,” taglia corto l’altro, ed è evidente che non aveva in programma nulla del genere: il suo panino è ancora a metà, le sue cose sono sparse un po’ ovunque. Eppure Gabriel è assolutamente certo che non ci fosse ostilità o fastidio, nel suo atteggiamento, mentre stipava le sue cose dentro lo zainetto di stoffa e si arrotolava la sciarpa intorno al collo. Mentre salutava Ethan – solo un breve sollevarsi del mento a cui l’uomo aveva risposto con un mezzo sorriso.
Impossibile ignorare la complicità di quei gesti, la sensazione che il legame sia già così stretto da permetter loro di capirsi anche con semplici cenni.
Adesso però, con il getto della doccia sul viso e il vapore della condensa nello sguardo - con i nervi finalmente sciolti, allentati – la stanchezza del viaggio torna ad ammorbidire perfino quella scheggia di gelosia e le prospettive si definiscono in orizzonti più lontani, più allargati: ci sono troppi anni, alle spalle del suo rapporto con Ethan – troppi silenzi che non hanno mai necessitato di parole e troppi rischi corsi insieme, un destino condiviso da scelte che non erano dovute, niente di scontato.
Ha ancora i capelli umidi quando torna nella stanza – si è asciugato con un telo che non ha riconosciuto e ha usato uno shampoo dal nome francese, ha cercato fra le cose dell’uomo qualcosa di familiare. Inutilmente.
Eppure è di nuovo un pianoforte a coda a tracciare la strada della continuità fra il prima e il dopo, a portare ancora i suoi passi verso gestualità private: Ethan è seduto davanti al computer, Gabriel gli circonda le spalle con le braccia. Lo bacia sulla nuca – l’uomo piega la testa.
“È già accordato?”
“Sai che è già accordato,” risponde, fermando il movimento delle dita sulla tastiera. Ha la pagina aperta su word, il testo è segnato da annotazioni in rosso: c’è qualcosa di commovente, nella consapevolezza che quella serata potrebbe essere del tutto identica a molte altre trascorse dalla parte opposta del mondo – basterebbe sedersi al piano, suonare in sordina mentre lui lavora.
C’è sempre stato un pianoforte, in ogni alloggio di Ethan, non importa quanto la sistemazione potesse essere instabile o provvisoria: Gabriel prova a immaginare il computer connesso su Google, le sue dita che digitano parole in una lingua straniera. È sicuro che l’uomo si sia preoccupato di noleggiare lo strumento, prima di qualunque altra cosa, forse prima ancora di disfare la valigia.
“Mi dispiace,” sussurra, e non c’è bisogno di dire altro.
Sembra sempre che nulla tocchi davvero Ethan, poi sono certi silenzi a suggerire la profondità delle ferite. A volte sono le cose che non ha mai detto, quelle che non gli chiederesti mai.
Sente le sue mani stringersi sui polsi e si lascia tirare vicino, si siede sulle sue ginocchia.
“Di che si tratta?” domanda.
“Nulla di interessante, devo controllare cosa andrà in stampa domattina.”
“E manca molto?”
Ethan gli affonda le dita nei capelli, lui rabbrividisce.
“Ho bisogno che tu sappia che mi sta bene,” sussurra allora, inclinando appena la testa incontro alla sua mano. “Quel ragazzo, intendo, e il fatto che abbia evidentemente le chiavi di questo posto. Non c’è nessuna…”
“Lo so, Gabriel.”
“Non si tratta di questo…”
“Lo so,” è la risposta – poi, più piano: “Baciami.”
E la verità di Ethan sta tutta in quella richiesta così insolita, nella maniera in cui lascia trasparire la fragilità senza alcuna barriera, dopo - nell’affidarsi completamente a lui.
Gabriel siede al pianoforte solo quando la notte volge già all’alba.
Il suo primo giorno a Parigi, quella mattina, inizia con lo sfiorare silenzioso dei tasti bianchi.

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