Where time stands still
Or moves at your will
Will you let the morning come soon
Or will you leave me lying here
In your favourite darkness
Your favourite half-light
Your favourite consciousness
Your favourite slave*.
Slave 1
Il giorno del suicidio di suo padre, Rowan non aveva pianto.
Non una lacrima - né mentre gli davano la notizia né dopo, in camera sua, mentre osservava la notte abbassarsi e scurire il cielo e le foglie degli alberi fremere, scosse dal vento.
La mattina seguente, a scuola, i corridoi bisbigliavano al suo passaggio.
I professori gli avevano fatto le condoglianze; alcuni dei compagni avevano offerto sostegno. Comprensione.
Lui li aveva osservati sbattendo le ciglia, senza rispondere niente. Senza neanche pensare. Tutto il mondo sembrava essere diventato lontano. Come di vetro.
Chi lo guardava e lo sentiva distratto pensava fosse un effetto dello shock, ma Rowan in realtà non si sentiva sconvolto.
La morte del padre l'aveva colto impreparato e aveva fatto tremare la terra sotto i suoi piedi, sì - ma la scossa era durata poco. Secondi soltanto. Subito dopo era subentrata una calma strana, inquietante, senza odore.
Lui sentiva che nel futuro si preparava qualcosa. Che qualche cambiamento diverso - ben più grave - stava gonfiando, lento ed inesorabile.
Adesso, seduto al tavolino di un cocktail bar, sbuffa. Irritato.
Edward gli lancia uno dei suoi sguardi inespressivi - indecifrabili - ma non dice niente. Rowan scrolla le spalle e lascia spaziare gli occhi all'interno del locale.
Superfici lisce e lucide - camerieri belli, perfetti, con uniformi lustre e tagliate su misura.
Cristalli e musiche avvolgenti, e luci soffuse.
Cosa cazzo ci trovi Edward in posti del genere non lo capirà mai. Preferisce di molto quando lo porta in qualche discoteca gay, come quella dell'altra sera. Lì, almeno, è tutto più divertente.
Fissa lo sguardo sul riflesso di un vaso di vetro. Sono sfumature strane, interessanti. In un altro momento gli sarebbe venuta voglia di tirar fuori il blocco da disegno dallo zaino e cominciare a ritrarle, forse, ma adesso solo il pensiero gli dà la nausea.
Poi, il blocco da disegno l'ha lasciato a casa. E questo solo è indice di quanto fosse incazzato mentre si precipitava fuori.
Quando suo padre era morto, Rowan aveva presentito un cambiamento netto. Preciso, anche se i contorni non li definiva ancora. La sensazione, però, si era sbiadita nei giorni - così che quando, quella mattina, Lawrence aveva lasciato cadere la bomba, il mondo intero era esploso.
Suo fratello aveva cercato di non spaventarlo troppo. "Non è che siamo senza soldi del tutto," aveva precisato. "È solo che è un momento no, questo. Abbiamo debiti da pagare, la società sta attraversando una crisi. Tempo qualche anno e sarà sistemato. Nel frattempo dovremo fare qualche sacrificio. Metterci d'impegno tutti."
Qualche sacrificio. Tutti.
Il che significava - tradotto nell'unico linguaggio che il cervello di Rowan comprendesse davvero alla perfezione - niente Parigi.
"Puoi andare in qualche scuola d'arte qui," l'aveva incoraggiato Lawrence. "Alla fine non è che casca il mondo, no?"
Il mondo non sarebbe cascato, certo. Non casca mai, qualunque cazzo di cosa succeda. A chiunque.
Ma lui si trovava solo, in mezzo ad cerchio di vetri spezzati. I frammenti di un sogno - delle sue aspettative bambine, di ragazzino che non deve pensare ad altro - sparsi sulla circonferenza.
Camminarci sopra per uscire aveva fatto male. I tagli non si rimargineranno mai del tutto, Rowan lo sa. Sempre resterà qualche cicatrice - e la cosa è bella, certo, perché indica che hai fatto qualcosa tu. Che ti sei dato da fare.
Le cicatrici sono terribilmente estetiche, alla fine. Quando guariscono.
Ma nel momento che te le fai bruciano e basta. L'unica cosa a cui puoi pensare è trovare un modo per lenire il dolore.
Rowan distoglie lo sguardo dal vaso di vetro e lo riporta su Edward.
L'amico ha l'aria annoiata, come sempre - la schiena premuta sulla spalliera del divanetto e le gambe accavallate in una posa elegante, ma statica. Vuota.
Sta fumando. La sigaretta, tra le sue dita, ha quell'angolatura particolare che Rowan adora disegnare. Non ha mai visto nessun altro tenere la sigaretta in quel modo.
"Vieni spesso in sto posto?" gli domanda.
Lui prende una boccata di fumo, senza guardarlo. Gli occhi continuano a percorrere la sala da un angolo all'altro, distrattamente.
"A volte," risponde, laconico.
"Beh, ti capisco. È davvero molto stimolante…"
"Non c'è nulla di molto stimolante al mondo, Rowan. Mi spiace."
Finalmente, Edward si volta. Lascia scivolare su di lui quei suoi occhi di metallo - viso, e gola, e lembo di petto che si intravede appena sotto lo scollo sbottonato della camicia. Aspira un'altra boccata di fumo, poi cambia appena posizione spostando il peso sull'altro gomito. Si passa la lingua sulle labbra. "Com'è che non scarabocchi nulla, stasera?"
Lui fa una smorfia. Distende le gambe, guardandosi intorno. "Oggi Lawrence mi ha dato una bella notizia. Pare che gli affari vadano a meraviglia, negli ultimi tempi." Gli lancia un'occhiata, mordendosi il labbro. "Posso scordarmi Parigi, ha detto. E' già tanto se riesce a mandarmi in una scuola d'arte qua in città."
"Alla fine l'arte è sempre la stessa. Dovunque tu la studi," è il commento che riceve. Edward soffia fuori il fumo in una scia sottile attraverso le labbra socchiuse. Osserva il nastro bianco sciogliersi nell'aria, poi, e snodarsi verso l'alto in spirali sinuose.
Non sembra particolarmente sorpreso. E' come se la aspettasse da tempo, una notizia del genere.
"Poi, fare l'artista a Parigi andava di moda nel secolo scorso," aggiunge, accennando un sorrisetto ironico. "Dovresti aggiornare le tue ambizioni, sai?"
"Vaffanculo. E comunque non è affatto vero che è sempre la stessa. Non per me, almeno. L'Europa…" Rowan si interrompe, raddrizzando la schiena. "Comunque io a Parigi ci arrivo, prima o poi. In un modo o nell'altro."
"Sicuro. Buona fortuna allora."
Schiacciando la cicca nel posacenere di cristallo, l'altro osserva con indifferenza un tipo che gli sta passando vicino: capelli scuri tirati indietro, viso spigoloso e duro. Abito impeccabile, con un foulard di seta bordeaux annodato al collo. Venticinque anni forse. Più o meno. E un modo di camminare che trasuda sesso.
Edward distoglie lo sguardo. "Che palle," è il suo unico commento. Allunga il braccio a prendere il cocktail e si porta il bicchiere alle labbra, scostando le bandierine con un gesto infastidito.
"Che palle cosa?"
"Questo posto. Questi pinguini impomatati. Questa serata. La vita. Tu."
"Oh, grazie, eh," borbotta lui. "Perché sei venuto qua, se ti annoia così tanto?"
"Perché no? Un posto vale l'altro."
"Dio, Ed. Ricordami di venire da te il giorno che vorrò suicidarmi." Rowan si guarda intorno, sospirando. Chiude gli occhi e sprofonda contro l'imbottitura della poltrona. "Dovrò trovare un modo di tirar su qualche soldo, però, se Lawrence mi taglia i fondi. Inventarmi qualcosa."
"Puoi sempre prostituirti," fa l'altro, tranquillamente. "Se impari a muovere meglio quel culo non dovresti avere particolari difficoltà a raccattar soldi."
Rowan apre gli occhi. Lo guarda per un attimo, poi sorride. Lentamente. "Ehi. Non hai tutti i torti. Alla fine non ho molto altro da vendere. Cioè, potrei mettermi a fare ritratti alla gente in strada, ma avanti di quel passo a novant'anni sarei ancora lì che cerco di comprarmi il biglietto d'aereo."
Torna a raddrizzare la schiena, guardandosi intorno. "Non ho la minima idea da che parte si cominci, ma non può essere troppo difficile…"
Edward rimane immobile a fissarlo, a lungo. È capace di guardarti per intere decine di minuti così, senza batter ciglio. Senza che il viso mostri la minima traccia di espressione, senza che neanche sembri vivo. Perfettamente impenetrabile.
"Sei più idiota di quanto pensassi," commenta infine, tornando ad accendere la sigaretta.
"Perché, scusa? L'hai detto anche tu che non avrei problemi. E se stavi scherzando evita di dirmelo che potrei offendermi."
"Non stavo scherzando. Ma spero stessi scherzando tu."
"No." Lui si volta, sistemandosi meglio sulla poltrona. "Ascolta. Parigi è… Ok, per te è una stronzata, l'ho capito. Ma per me è… Il mio sogno. Da sempre. Da… E vale la pena, fare qualche sacrificio."
"Dio. Ci manca solo che mi diventi idealista, guarda."
"Beh, tu stai facendo la parte del moralista, quindi direi che siamo pari…"
"Perfetto. Alla fine questo è il posto ideale per raccattare bavosi e perversi omiciattoli in sovrappeso che non vedono l'ora di aprire per te il loro portafoglio."
Un sorriso. Divertito, stavolta.
L'amico si guarda intorno, accennandogli col capo un anziano cliente che, appollaiato su uno sgabello, si accarezza con lasciva soddisfazione il pizzetto brizzolato. "Da quale cominci, fiorellino?"
Rowan storce il naso. "Quello no di certo. Hai scelto il peggiore apposta, dai!"
"I migliori non hanno bisogno di pagarsele, le scopate."
Uno sbuffo. "Quindi cosa faccio? Svaligio una banca?"
"Nah. Servirebbe troppa strategia. Ti vedo più adatto a muovere il culo, sinceramente."
"Hm." Rowan punta i gomiti sul tavolo e torna a voltarsi verso il tizio di prima. Lo studia a lungo, attentamente - cercando di figurarsi la scena. Neanche il miraggio di Parigi riesce a eliminare del tutto il brivido di disgusto. "Quanti dici che dovrei farmene, per avere abbastanza soldi?" si informa, senza guardarlo.
"Per una mansarda a Montmartre?" Edward appoggia il filtro sulle labbra. Sorride, malizioso. "Un centinaio. Più o meno. Però potresti vendere a buon prezzo la tua verginità, in effetti… In tal caso, una novantina."
"Cazzo." Rowan si morde il labbro. "Novanta sono troppi. Ci metterei… un'eternità, praticamente. E poi mi sballerebbe tutta la sessualità, dai." Sospira. Inclina la testa all'indietro, leggermente, lanciandogli un'occhiata divertita. "Tu non ci pensi neanche, eh, di pagarmi per fare sesso?"
Edward scoppia a ridere.
Succede sempre quando Rowan non se l'aspetta - nel mezzo di un discorso serissimo, importante. E lui non riesce ad incazzarsi, anche se è evidente che l'altro non lo prende troppo sul serio, perché comunque vedere Edward divertito è una cosa talmente rara che Rowan non può evitare di sentirsi lusingato.
L'amico si passa le dita fra i capelli e scrolla ancora la testa prima di sporgersi verso di lui, i gomiti puntati sul piano del tavolo. Lo guarda negli occhi dopo, senza svestire quel sorrisetto ironico. E lentamente, molto lentamente, gli soffia in faccia un filo sottile di fumo.
"Tu prova a domandarmelo," gli suggerisce, a bassa voce.
Difficile dire se stia scherzando o meno. Rowan non lo capisce mai.
Prende tempo accomodandosi meglio - ricambiando lo sguardo, con un sopracciglio inarcato.
Poi rilassa le spalle e sorride a sua volta, divertito. "Quanto vale, la mia verginità?"
Gli occhi di Edward sono gelidi, anche in quel momento. Però scivolano dentro di lui, in profondità, e Rowan si trova a guardarli ipnotizzato.
"Dipende."
"Da cosa?"
Silenzio.
L'amico gli prende il mento fra le dita; lo osserva attentamente mentre gli volta appena la testa, da una parte e dall'altra. Gli preme il pollice sulle labbra, poi, e lo fa scorrere piano fino all'angolo della bocca.
"Non so…" valuta, pensieroso. "Potrebbe non valerne la pena…"
Pausa - studiata.
Poi: "Potresti farmi storie. Metterti a piagnucolare…"
Rowan socchiude le labbra, senza distogliere lo sguardo. "Non piango spesso. Lo sai. E non piagnucolo. Mai."
"Beh, ma una mansarda a Parigi val bene una scopata senza troppe attenzioni, me lo concederai. Potrebbe non essere affatto piacevole, per te. Potrei farti molto, molto male."
Lui non batte ciglio. "Una mansarda a Parigi lo vale, l'hai detto." Silenzio. "Non che io mi aspetti che tu me la paghi per una scopata."
"Perché no? Se ti dimostrassi ubbidiente, e volenteroso…"
"Tu mi daresti per una scopata quello che gli altri mi darebbero in novanta volte?" chiede lui, ironico, sollevando un sopracciglio.
"Io ho molti soldi. Abbastanza da esserne nauseato, lo sai."
Rowan sa che Edward è nauseato dal mondo. Sa che i soldi gli fanno schifo perché sono di suo padre - e perché suo padre gli fa schifo, come tutto il resto del mondo. Ma sa anche che puntualizzare una cosa del genere metterebbe fine al gioco, da subito. E quello è il primo momento divertente della serata.
"Ed è tua abitudine spenderli nel sesso?" si limita quindi a chiedere, strafottente.
L'altro si tira indietro. Spegne la cicca nel posacenere; con calma si alza in piedi.
"Fai troppe domande, Rowan," gli dice, dall'alto. "Si comincia male. Molto male."
Lui sorride, divertito. "Tacerò, allora."
"E c'è chi dice che i soldi non fanno miracoli…" commenta Edward, abbottonandosi la giacca.
Si sporge a prendere dal tavolo accendino e sigarette; beve l'ultimo sorso dal proprio bicchiere e poi si incammina verso l'uscita, senza aggiungere altro.
Rowan ha provato molte volte a definire il suo rapporto con Edward.
Non è facile farlo, perché non è facile definire l'amico.
Edward è un rompicapo raffinato, in cui tutti i pezzi si somigliano tantissimo, troppo, e le combinazioni sbagliate sono innumerevoli. Mentre quelle giuste sembrano ingannarti altrettanto spudoratamente.
Ci sono dei giorni che sente di amarlo. Nella maniera in cui potrebbe amare Lawrence, forse, se non fossero così terribilmente diversi. Nella maniera in cui puoi amare il tuo specchio - il riflesso dei tuoi difetti, il memento che ti ricorda, ogni istante, che dentro quella vita tu ti mantieni sempre in equilibrio precario.
E ci sono delle volte - altrettanto frequenti - che sente di odiarlo. Di detestarlo profondamente, con tutta la forza che possiede.
Perché è esasperante, quella sua faccia inespressiva. Quell'indolenza annoiata con cui si muove nel mondo e sembra guardare tutti. Lui compreso.
Intorno a loro la stanza è silenziosa. Annegata nella penombra.
Lui sente il cuore battere forte nella gola e pensa che Edward potrebbe anche mostrare un minimo di coinvolgimento. Allungare una mano - toccarlo - fare qualcosa.
Perché cazzo, va bene che lo paga. Però deve averlo percepito, il suo nervosismo, e…
Che poi Rowan è quasi sicuro che quella dei soldi sia una stronzata.
Edward aspetta sempre l'ultimo minuto, per dirgli che lo sta prendendo in giro. Questa volta lo farà certamente dopo averlo scopato.
Ma non è neanche questo il problema, alla fine. Perdere la verginità con Edward non è la peggior tragedia di questo mondo. Anzi, si può dire che lo sollevi quasi da un peso.
E non perché crede che sarà più tenero o premuroso di tanti altri. Più facile il contrario, invece - che stronzo a sufficienza l'amico lo è di sicuro. Potrebbe anche prenderla come missione, per scoraggiarlo da quell'idea. Visto che oggi ha deciso di fare dubbia morale.
Però… E' Edward. Sa cosa aspettarsi da lui. O meglio, sa di non doversi aspettare niente - e di non dover mantenere nessuna aspettativa.
Sarebbe facile. Se solo l'altro si decidesse a dire qualche cosa.
Gli lancia uno sguardo irritato.
Sprofondato sulla poltrona della stanza d'albergo affittata per l'occasione - lussuosa, anche, di questo Rowan deve ringraziarlo: la sua prima volta non avverrà in uno scenario squallido, e ciò conta non poco - l'amico sorseggia vino bianco da un bicchiere. Con calma.
Pare avere tutto il tempo del mondo, lo stronzo.
Rowan sbuffa. Con una decisione improvvisa porta le mani al primo bottone della camicia.
Comincia a slacciarla, osservandolo.
"Tsk. Piano," lo ammonisce subito l'altro, agitando appena la mano con aria disgustata. "Piano, cazzo. Hai mai sentito parlare di sensualità, mh? Movimenti sinuosi, per favore. Morbidi. Cerca di essere accattivante, su. In questo modo non mi verrà duro neppure fra cent'anni."
Rowan si sforza di concentrare nello sguardo tutto l'odio che riesce a recuperare. Per un secondo - giusto per farglielo vedere. Poi sbatte le ciglia e gli occhi diventano morbidi. Profondi e caldi - uno sguardo ricalcato su quello che da bambino sfruttava per ottenere ciò che voleva da suo padre e Lawrence.
Eppure, più adulto. Più ambiguo, ed insinuante.
È lo stesso sguardo che aveva utilizzato a quella festa con Scott Brimer, per convincerlo a fargli una sega nella stanza da letto della sua ragazza.
Guardare Edward in quel modo viene quasi più spontaneo, scopre, anche se quando guardava Scott non lo odiava, mentre ora come ora avrebbe voglia di strangolarlo con le sue mani, l'amico.
Perché Edward è uno stronzo, ma è bellissimo. E perché Rowan il più delle volte dei suoi giochi è stato complice, e non vittima.
Riesce difficile convincersi che in quel momento sia tutto il contrario, ragiona, mentre fa scorrere lentamente le dita tra asole e bottoni, sfiorando la pelle che mano a mano si svela.
Si passa la lingua sulle labbra, inconsciamente, e nell'angolo opposto della stanza Edward socchiude appena le ciglia - immobile - e prende l'ultimo sorso di vino dal suo bicchiere.
Non sembra particolarmente colpito dai suoi movimenti, però li osserva attentamente. Senza distogliere lo sguardo, neanche per un attimo. Neanche per versarsi dell'altro vino.
L'unica luce della camera è sistemata dietro le sue spalle - una piantana che diffonde un chiarore soffuso, polveroso - e i contorni del suo viso sono accesi. Gli occhi, in ombra.
Dire se ci sia emozione, dentro, è impossibile.
Rowan si fa scivolare la camicia dalle spalle, ed è quasi una sorpresa quando l'amico mormora, senza preavviso: "Ho sempre immaginato che dovessi avere un bel corpo."
Lui alza gli occhi verso il suo volto, bloccandosi per un istante. Poi soffoca un sorriso. "Beh, grazie," sussurra, abbassando lo sguardo e cominciando a slacciarsi la cintura. "Dovrei essere lusingato?" aggiunge, ironico.
"A tua discrezione."
L'altro deglutisce. Poggia il bicchiere sul tavolo e sprofonda più comodamente nella poltrona, sciogliendo l'intreccio della gambe. Lentamente, aggancia le dita nel nodo della cravatta. Lo allenta.
"Gentile, a darmi l'opzione…" Rowan sbottona i pantaloni, abbassa la cerniera. Solleva nuovamente lo sguardo e si fa scivolare i jeans lungo le gambe.
Tutta quella lentezza è terribilmente frustrante. Gli tende i nervi, come uno scrutinio troppo attento. Avrebbe voglia di spogliarsi del tutto, in fretta, e di inginocchiarsi su quel cazzo di letto. Di dirgli di fare quel che vuole.
Eppure, al tempo stesso, è anche sensuale.
Cercare tracce di eccitazione sul viso di Edward è un'impresa ardua - ma stimolante.
Rowan ha sentito un brivido, quando l'ha visto cambiare posizione. Interrompere per un attimo la sua immobilità imparziale.
Lo guarda sollevare un braccio, fargli cenno di avvicinarsi - l'orologio scivola sotto il polsino, scoprendo le vene dei polsi.
Edward parla spesso a cenni: brevi movimenti delle mani, l'alzarsi del mento o lo scatto della testa. E quella sua abitudine risulta irritante, a volte - segno di chi è abituato a farsi obbedire con niente. In altri casi, invece, è ipnotica. Carismatica.
Come ora, ad esempio. Perché si muove con quella lentezza che è anche eleganza, e perché i suoi gesti sono sempre misurati. Esattamente accordati alla situazione.
Rowan gli si avvicina, ed è come se quei passi li avesse mossi già altre mille volte, eppure fosse la prima. Perché, nonostante le apparenze, non è il solito Edward quello che dalla poltrona lo guarda avanzare. Ha il suo viso, ma le intenzioni e gli sguardi di uno sconosciuto.
Fermandosi di fronte a lui, Rowan lo fissa, dall'alto.
"Credi che io sia eccitato?" gli domanda lui, reclinando appena la testa sulla spalliera.
"Sarebbe carino se lo fossi. Ho fatto tutto lentamente, sai."
"Nulla è abbastanza lento per me. E nulla abbastanza veloce."
Un sorriso, appena accennato.
Senza abbassare lo sguardo divarica un poco le ginocchia, per lasciargli spazio. "Tu lo sei?"
"Eccitato?"
Edward non deve considerare quella domanda degna di risposta, perché tace e si limita a far scivolare le mani sulla cintura dei pantaloni.
Ha dita lunghe, flessuose. Unghie cortissime. Tendini che disegnano rilievi definiti sottopelle, quando stringe la stoffa fra l'indice e il pollice e sgancia i bottoni.
Scosta gli orli dell'apertura, poi, e sfila fuori la camicia.
"Avanti. Succhiamelo."
La voce è appena un po' arrochita. Ruvida. Le braccia si scostano, tornando ad appoggiarsi sui braccioli della poltrona.
Rowan fissa lo sguardo sul suo inguine, e quando lo solleva a cercare i suoi occhi non vi trova niente dentro. Chiaro. Sono gli occhi di uno sconosciuto. E quelli del suo amico, in ogni caso, non sarebbero stati molto più rassicuranti.
Inginocchiandosi tra le sue gambe, sente l'ansia stringergli la gola. Le dita, mentre scivolano sotto la stoffa e si chiudono sul suo sesso, tremano appena.
Lui si sforza di mantenere salda la presa.
Edward sa benissimo che è la prima volta che lo fa. E sa benissimo che si sente incerto, e imbarazzato - lo capisce sempre, il bastardo, e ci prova gusto nel peggiorare la situazione.
Solleva gli occhi sul suo volto, mentre si china in avanti e gli sfiora la punta con le labbra. Però, ancora, non scorge alcuna emozione nel suo sguardo. E' ghiaccio gelido, pietra. Il blu insondabile di un cielo estraneo. Solo il nervo della mascella si tende, scolpendo le linee dell'osso. E le mani stringono appena la presa sul margine dei braccioli, con un breve scatto improvviso.
Rowan socchiude gli occhi, irritato, osservando ancora un istante quel viso impassibile.
Poi prende la decisione di smettere di guardare. Smettere di pensare proprio - razionalmente, almeno.
Abbassa le palpebre e inclina la testa, lasciando scivolare il sesso di Edward più in profondità dentro la bocca. Si concentra sui gesti, sui movimenti da compiere, cercando di combinare quel che dice l'istinto con quello che ha letto, e sentito dire.
Lo tocca con la lingua, cautamente, e pensa che se facesse qualcosa di sbagliato Edward glielo direbbe di certo: finché non commenta vuol dire che va bene.
Che ci provi solo, a lamentarsi, dopo.
Ma smettere di pensare razionalmente è più difficile del previsto, in effetti. Impossibile dimenticare a chi appartiene, il sesso che sta succhiando.v Non si trattasse di Edward le cose sarebbero tutte diverse. Completamente.
Però che sia eccitato è fuor di dubbio - e parecchio, anche. Può divertirsi quanto vuole ad ostentare indifferenza: il suo corpo parla per lui, e almeno quello non può mentire.
Le cattiverie che dice, a quel punto, perdono di mordente. Perché mentre gli sibila: "I denti cazzo! Fai attenzione, non li voglio sentire i tuoi dannati denti!" le sue dita affondano fra i capelli, premono con forza sulla nuca. Senza imporre nessun movimento, o nessun ritmo. Limitandosi ad assecondare il suo, piuttosto, come una conferma.
Rowan trattiene a stento un sorriso e riapre gli occhi, sollevandoli verso di lui.
Con chiunque altro la cosa sarebbe stata diversa. Sicuro.
Avrebbe avuto sapore di sconfitta, e probabilmente anche di umiliazione. Con Edward, sa quasi di vittoria.
Accelera il ritmo - gradualmente, però, sforzandosi di non cedere a brusche impennate - e rende più sicuri i gesti, meno tentennanti gli azzardi. La curiosità sta prendendo piede, e la situazione comincia a non spiacergli più molto. A non farlo neanche più incazzare.
Edward è durissimo contro il suo palato e le sue mani gli stringono i capelli come se vi si aggrappasse. Li intreccia fra le dita, torcendoli quando la discesa nella sua bocca raggiunge il culmine. Poi li rilascia, e li intreccia ancora ad ogni nuovo affondo.
Ha rovesciato la testa su un lato - la nuca premuta contro lo schienale della poltrona - e non ha smesso un solo istante di guardarlo con quelle sue iridi taglienti, affilate dalle palpebre socchiuse.
Poi Rowan lo sente fermare il respiro. Fremere appena, e fare forza sulle sue tempie per allontanarlo.
Si scosta, ubbidiente, e lo vede bagnarsi le labbra, deglutire. Lo sente prender fiato.
"Non c'è male," gli dice, senza però riuscire a render ferma la voce. "Credo che possano esserci margini di miglioramento. Con il giusto impegno potresti riuscire ad assicurare una prestazione accettabile."
Lui appoggia la guancia sulla sua coscia, guardandolo soddisfatto. "Grazie," dice - e per una volta non c'è ironia, nel suo tono.
D'altra parte, non sta ringraziando Edward per quella specie di elogio stretto tra i denti. I complimenti veri sono venuti - in altri modi, per altre vie.
Rowan è sicuro che non abbia trattenuto il fiato in tutti i pompini della sua vita. E che sia successo ancora più raramente di fronte ad un ragazzino inesperto.
"Dovere…" risponde lui, senza quasi muovere le labbra.
Rimane fermo a lungo, qualche minuto forse. Aspettando che il respiro torni regolare. Forse. Non c'è mai modo di intuire cosa gli passi per la testa. Ed è una sorpresa quando improvvisamente muove una mano - gliela appoggia sulla spalla. La lascia scorrere lentamente fino all'attaccatura del collo, premendogli poi il pollice sulla gola. Sembra quasi una carezza, anche se apparentemente distratta.
"Ti sei riposato abbastanza," gli dice allora, stringendo la presa. "Adesso, spogliami."
Rowan solleva la testa dalla sua coscia e scivola avanti, tra le sue gambe. In ginocchio, si sporge a sciogliere il nodo della cravatta. Gli sfiora il collo con la punta delle dita, e sorride.
Si accorge in quel momento che l'ha toccato pochissime volte, Edward. È sempre stato così lontano, come irraggiungibile. Sentire la fisicità del suo corpo sotto le dita adesso è strano ed emozionante.
Lo fa sembrare più vero.
La voglia di disegnare torna improvvisa, ma Rowan preferisce non dire niente.
Si limita a proseguire l'opera, sbottonando la camicia e sporgendosi a fargliela scivolare dalle spalle, con delicatezza. Per un attimo, i loro petti si toccano. I capezzoli si sfiorano.
Sente gli addominali dell'amico tendersi sotto i suoi e le cosce stringersi appena contro le sue anche.
Ma Edward si scosta, subito.
Appoggia nuovamente la schiena contro la poltrona e lo aiuta a sbottonare i polsini, sfilandosi poi la camicia e lasciandola cadere a terra. La stoffa bianca si affloscia sul pavimento senza fare nessun suono. I contorni delle spalle di lui si accendono della luce calda della lampada.
"Credi davvero di avere del talento?" La sua voce è di nuovo fioca mentre scivola dalle labbra appena socchiuse, con lentezza. "Creatività, e mestiere… Quel qualcosa in più che sorprende… Ne sei davvero convinto?"
Rowan inclina la testa e lo guarda negli occhi, intensamente. "Sì," mormora, con fermezza.
Le mani intanto si posano sui suoi fianchi, cominciando ad abbassare i pantaloni, mentre lui tende i bicipiti per sollevare il bacino e facilitargli il compito. "E ne sei convinto anche tu."
"Io non sono convinto neppure della mia esistenza, figurati se posso esserlo di te. Ma visto che ti credi così bravo, non avrai sicuramente problemi a dimostrarmelo."
Improvvisamente, gli artiglia i capelli. Si alza in piedi, strattonandolo verso il letto.
Rovesciandocelo sopra.
Si sdraia su di lui, sovrastandolo completamente con il peso del proprio corpo, e struscia appena il sesso contro il suo, tenendogli ferma la testa con le mani.
"E' la tua ultima occasione per ripensarci," gli soffia in faccia. "Dopo, non mi fermerò."
Rowan sente il cuore battere forte nel petto, e sa che anche lui se n'è accorto, ma non distoglie lo sguardo. "Non voglio che ti fermi. E non ho intenzione di ripensarci."
"Ottimo. Allora ascoltami bene: molto attentamente, Rowan." Sorride, in quel modo glaciale che gli è proprio. I capelli gli piovono sugli occhi.
Gli passa due dita sulle labbra, forzandole ad aprirsi, e subito gliele spinge in bocca.
"Voglio che mi disegni lui. Adesso. Sai esattamente come deve essere, sai quale espressione deve avere. Quale profondità nello sguardo, e la curvatura esatta delle labbra. Sai ogni cazzo di cosa." Ritira le dita bagnate di saliva e le appoggia sulle proprie labbra. Le lambisce appena, con la lingua. "Dev'essere perfetto, non accetterò niente di meno della perfezione. E dev'essere lui."
Rowan sbatte le ciglia. Per la prima volta in vita sua, sta provando la sconcertante sensazione di sentirsi distratto parlando di arte. La testa cerca di seguire le parole di Edward, ma gli occhi guardano la sua bocca e faticano a collaborare.
Abbassa le ciglia, aggrottando la fronte. "Il rosso dici? Adesso?"
"Sai che mi irrita dovermi ripetere!" è la risposta, seccata.
Lui continua a tenere gli occhi chiusi. Il viso di Edward si sta scomponendo - lentamente, troppo lentamente cazzo, ha bisogno di riflessi più veloci - e i lineamenti del suo ragazzo immaginario stanno prendendo forma.
L'eccitazione monta strana come sempre, solo più pigra. "Ok," dice, annuendo. "Dammi carta, e matite. Non ho portato il blocco, merda," sbotta, tirandosi a sedere.
Edward si scosta. Senza scomporsi, allunga semplicemente il braccio ad afferrare qualcosa sul comodino. E' la carta da lettere dell'albergo: raccolta in una custodia di pelle, reca serigrafato al margine di ogni foglio lo stemma dell'hotel. Dentro, c'è anche una penna. Stilografica nera.
Lui appoggia il tutto sul materasso, poco distante, e torna a guardarlo. La luce che adesso si è accesa nei suoi occhi non è soddisfazione, né trionfo. Non è il compiacimento di chi ha ottenuto quello che voleva - Rowan conosce troppo bene ogni sua espressione per ingannarsi.
E' eccitazione. Pura, autentica adrenalina.
Gli aggancia i fianchi subito dopo, infatti, e senza dire una parola lo rovescia a pancia sotto sul letto. Gli getta carta e penna davanti al viso, poi lo strattona all'indietro facendogli sollevare il bacino.
Rowan quasi non ci fa caso.
Tiene gli occhi fissi sul candore della pagina, ed è come se il disegno fosse già lì.
Il fantasma di un volto vi sta stampato sopra, in inchiostro trasparente che solo lui sa vedere.
Il suo compito è ripassarlo, inspessirne i bordi - renderlo reale.
Ed il ragazzo dei sogni di Edward è un'ossessione contagiosa. Sono talmente tante le volte che ne ha tratteggiato particolari - le labbra, gli occhi, il broncio, il sorriso - che accostarli l'uno all'altro viene quasi naturale.
"Non potevano mettere anche una matita, in quel cazzo di kit?" borbotta, bilanciando la stilografica tra le dita e premendo il pennino contro la carta - in una prova. "Come fai a disegnare decentemente con sta roba?"
"Taci," è la sola risposta che gli arriva da dietro. Edward appoggia la destra sulla sua natica.
Apre le dita, poi le stringe sulla carne come a saggiarne la consistenza.
Lo tira ancora un po' verso di sé, mentre segue con sguardo febbrile lo sfregare del pennino sul foglio e le linee di inchiostro che si definiscono in forme ancora misteriose.
Fa scorrere la mano di lato lungo la curva dell'anca, intanto, e sulla coscia. Stringe appena l'altra sul suo fianco.
Rowan disegna nello stesso modo in cui respira. Sembra non farci quasi caso, non prestarci attenzione.
La sua concentrazione non è rivolta ai movimenti della mano - ma oltre. Affondata in un luogo che solo lui sa raggiungere, e in cui sente di vivere e morire.
Le dita sembrano muoversi casualmente. Un estraneo non saprebbe distinguerne il percorso - capire cosa stanno inseguendo, la trama segreta del suo tratto. Sono piccoli segmenti netti, spigolosi, che si sovrappongono e sfumano l'un l'altro a creare ombre e luci.
Il contorno di una bocca, socchiusa e carnosa. La forma di occhi allungati - ciglia basse, sguardo indeciso. La confusione di capelli lunghi e spettinati.
Il pennino passa e ripassa sopra ogni tratto, rendendolo più convinto. Più sicuro.
La mano, ogni tanto, ha uno scatto nervoso. Rowan china la testa e sussurra imprecazioni masticate, mentre il volto di quel ragazzo che esiste solo nelle loro teste si precisa, in una somma di bianchi e di neri.
Eppure, c'è qualcosa che non va. Le dita di Edward affondano con troppa forza nella carne; il suo respiro è troppo agitato, i movimenti bloccati.
"No cazzo! Non è lui, sai che non è lui!" sbotta all'improvviso, sporgendosi sulla sua schiena a strappargli il foglio dalla mani. Lo accartoccia. Lo getta per terra, con un gesto rabbioso.
"Non è sufficientemente sensuale. Non abbastanza misterioso!" Lo afferra per i capelli, sollevandogli la testa verso l'alto.
"Antico," gli sibila nell'orecchio. "Deve sembrare antico come roccia e immobile come pietra, ma vivo. Con un turbinio furioso di vita dentro gli occhi!"
Lo spinge giù, bruscamente.
"Ricomincia," ordina. "I lineamenti li voglio più armonici. E più definiti. Il taglio degli occhi più allungato."
Rowan potrebbe mandarlo affanculo. Potrebbe dirgli che fare qualcosa di decente con una cazzo di penna stilografica, accucciato su un cazzo di letto, con le sue mani sul culo e il suo corpo a pesare sulla schiena, è impossibile. Potrebbe dirgli che…
Ma in definitiva non gliene importa molto.
Stava disegnando, prima. La mano correva sulla carta e lasciava tracce scure dietro di sé.
Ritrovarsi improvvisamente il volto di Edward davanti e la sua voce a sbraitare qualcosa è stato uno shock. E ora, l'unica cosa che conta è avere di nuovo un foglio davanti su cui appoggiare la penna - un foglio bianco, vergine, ancora da vergare.
Sospira, dolcemente, riprendendo a disegnare come se non fosse mai stato interrotto.
I tratti del rosso - di quel ragazzo che Edward si è inventato, che ha cullato nell'anima e descritto mille volte, altre mille evocato - tornano a definirsi sotto le sue dita. E stavolta sembra andar meglio, perché via via che prosegue il respiro dell'altro accelera, alle sue spalle, in modo totalmente diverso. Le mani scivolano sulla pelle in maniera più fluida.
Possessiva, sempre, ma più emozionata. Più calda.
E poi finalmente arriva, l'approvazione.
La voce dell'amico trema appena quando sussurra, in un sospiro: "Esatto. Così…"
Passa le mani aperte lungo la sua schiena, seguendo la curva dei fianchi fino a serrare le dita sulle anche.
Rowan lo sente trattenere il fiato. Sente la sua erezione - durissima adesso - strusciargli lungo il solco delle natiche. Una volta. Due. Dieci. Ed è diventata scivolosa nel frattempo. Bollente.
"Cazzo…" esala, allungando il braccio a passargli le dita fra i capelli in una carezza perfino dolce. "Come fai?… Come cazzo fai?…" E' eccitato. Molto. E sembra eccitarsi sempre di più, mentre il disegno si fa completo. Quando dai tratti della penna emerge la plasticità delle labbra, Edward si piega a mordergli la spalla.
Respirando contro la sua nuca, gli spinge un dito dentro. E lo morde ancora, con più forza.
Rowan sobbalza e volta la testa di scatto, per fulminarlo con lo sguardo. "Piano," sibila. "C'è mancato poco che mi facevi sbagliare!"
"Cristo. Sbrigati!" è il sibilo che gli arriva in risposta, mentre le dita diventano due e da dietro giungono fruscii strani di movimenti convulsi. Lo strapparsi di qualcosa. Lo scatto di un tubetto.
Lui non gli bada, tornando a tracciare segni con l'inchiostro, ombreggiature sottili.
Quando termina il ritratto, infine, richiude la stilografica e la posa sul letto, senza staccare gli occhi dagli occhi del ragazzo.
Sa che sarebbero verdi, in verità. A casa ha alcuni abbozzi di colore, ma non gli è ancora riuscito di trovare la sfumatura giusta. Come per i capelli. Una cascata di fuoco.
Sorride, soddisfatto, mentre il languore di un disegno concluso gli si spande nelle membra, diramandosi nei nervi.
Questione di un secondo. Poi, viene sostituito dal dolore.
Lancinante, bruciante, improvviso. Che gli fa sgranare gli occhi e strappa il fiato.
Abbassa la testa, stringendo i pugni sul copriletto. Preme la fronte contro la stoffa e serra forte le palpebre - si morde a sangue il labbro, per soffocare un grido.
Ma Edward da dietro continua spingere, affondandogli le dita sui fianchi per tenerlo fermo. E dopo non aspetta neppure che il suo corpo abbia avuto il tempo di abituarsi a quell'intrusione, per iniziare a muoversi: esce quasi del tutto e torna ad affondare in lui con decisione, senza preoccuparsi di calibrare forza e profondità. Senza preoccuparsi di cercare l'inclinazione più consona né di rendergli più sopportabile il dolore, toccandolo.
Semplicemente, lo sta scopando. Come l'avrebbe scopato uno sconosciuto, forse, ma in maniera ancora più fredda. Perché in realtà non è lui che vuole vedere e non è il suo corpo che vuole sentire.
Tutto questo appare di un'evidenza agghiacciante, mentre le spinte diventano più urgenti e il ritmo si fa sostenuto, incalzante.
Rowan si limita a stringere i denti e lasciarlo fare. Concentrandosi sull'unico obiettivo di tenere dentro ogni rumore - non per non farlo sentire da Edward, ma per non rimangiarsi la propria parola.
Sapeva a cosa andava incontro. Sapeva che avrebbe fatto male, e che l'amico sarebbe stato lo stronzo che è con tutto il mondo - Rowan compreso.
Gli è stata offerta la possibilità di tirarsi indietro. Lui l'ha rifiutata, coscientemente.
E adesso che i movimenti cominciano a provocare meno dolore - a non bruciare più in quella maniera terribile - può anche ammettere che, alla fine, non cercava altro.
Spianare la fronte e accettare quel fatto. Insieme alla consapevolezza che l'aveva sempre saputo, che la sua prima volta sarebbe stata così. E che mai, mai, si era permesso di fantasticare avvenisse in maniera diversa.
Quando alla fine Edward smette di muoversi e lascia andare l'aria in un respiro lunghissimo - che neppure lui si è mai fatto sfuggire un solo gemito, o una qualche parola - non è sul suo corpo che si stende. Scivola dall'altro lato del letto, lasciandosi cadere sul materasso - ed è gelida anche quella lontananza, in quel momento, perché Rowan si sente fragile e ha ogni nervo teso, e odia il bisogno che sente di una carezza gentile.
Ma quando Edward allunga il braccio sul copriletto, non si sporge a toccare lui. Sfiora il foglio con le dita, al di sopra della sua testa - il pollice scorre sulle labbra del ragazzo disegnato e si ferma alla base del collo, seguendo il profilo dei suoi tratti in maniera sorprendentemente precisa. Come se sentisse davvero le sue forme, sotto il polpastrello.
Lui resta fermo ancora un attimo, nella stessa posizione. Respirando profondamente. Poi rotola su un fianco, osservando l'amico. Spostando lo sguardo sul ritratto.
I contorni del mondo ritornano a definirsi, insieme a quelli del suo corpo. Della sua vita.
Aggrotta le sopracciglia. "È l'ultima volta che dimentico a casa la mia roba," borbotta, tirandosi a sedere. Fa una smorfia e geme piano, controvoglia. "Disegnare certe cose con una stilografica è terribile."
L'altro pare non averlo neppure sentito.
Tiene gli occhi chiusi, il viso rivolto contro il soffitto. E' sudato, e ha le labbra asciutte. Il respiro non si è ancora calmato.
La situazione non è particolarmente nuova. Metà delle conversazioni che Rowan ha avuto con Edward sono state perlopiù monologhi.
Si alza in piedi, cautamente. Geme di nuovo, ruotando il collo e sollevando una mano a massaggiarsi una spalla.
"Ed è l'ultima volta che mi metto a disegnare in quella posizione. Mi sono distrutto la schiena."
Muove un passo avanti, affondando i piedi nudi sul tappeto.
"Io vado a farmi una doccia. Anzi, un bagno. È meglio. Decisamente," conclude, sbadigliando.
Chiudendosi la porta alle spalle, gli basta lanciare uno sguardo alla vasca idromassaggio per sentirsi meglio. Si appoggia al muro con la schiena, osservandola con occhi brillanti; poi si avvicina.
Dieci minuti dopo, la testa rovesciata indietro e l'acqua a lambire la pelle, sente i muscoli talmente rilassati che quasi gli sembra impossibile ricordare cosa significhi, la parola dolore.
Chiude gli occhi, lasciandosi cullare. E sussulta appena quando sente un corpo scivolare dietro il suo, insinuandosi fra lui ed il bordo della vasca.
La pelle di Edward è gelida contro la sua schiena scaldata dal tepore dell'acqua. Ma le sue braccia sono forti quando si chiudono sul suo petto e la sua mano è ferma quando preme sulla sua fronte, costringendolo a rovesciare la testa sulla sua spalla.
Poi, la voce è stranamente dolce. Bassa, mentre si scioglie fra i suoi capelli.
"Stai bene?" gli domanda.
Lui si rilassa nella sua stretta, sospirando piano. "Un po' indolenzito, ma niente di che."
Pausa.
"Credi che domani sarà peggio, o dovrebbe esser già passato?"
"Ci vorrà qualche giorno…"
Silenzio. E nel silenzio, il suono fluido dell'acqua. Il gocciolare del rubinetto. Le dita di Edward fra i suoi capelli a descrivere cerchi lenti.
"Sei stato impagabile, comunque…"
Rowan ridacchia. "Nel senso che non sono andato male, o nel senso che non mi pagherai?"
"Entrambi."
Un sorriso. "Grazie. Il disegno lo voglio firmare, comunque. Anche se è fatto con una stilografica del cazzo, ci tengo."
"Rowan. Mi hai capito? Non ti pagherò per stasera: non ho un soldo. Mio padre ha congelato da mesi tutti i miei conti. Non gli piace l'idea di avere un figlio frocio che dilapida i suoi guadagni in qualcosa di diverso dalle tradizionali puttane."
"Ci ero arrivato da solo, sai? Non sono scemo, e so qual è la tua situazione."
I movimenti delle dita fra i suoi capelli si fanno più lenti, fino a fermarsi. "Perché ti sei lasciato scopare, allora?"
Lui tace, per qualche secondo. Apre gli occhi e li fissa sulla parete di fronte a sé. Bianca.
Candida quanto un foglio da disegno non ancora utilizzato.
Scrolla le spalle. "Cosa dovevo fare? Aspettare il principe azzurro?"
"Dio. Sei più idiota di quanto pensassi."
Edward si tira in piedi.
Esce dalla vasca, poi, drappeggiandosi un asciugamano intorno ai fianchi. Ha i capelli appena umidi sulle spalle, e sul viso l'espressione scontenta di sempre. Quella specie di ruvida dolcezza che aveva mostrato prima è già scomparsa. Evaporata.
"Tira fuori il culo da quella vasca," gli dice, sporgendosi verso lo specchio ad aggiustarsi i ciuffi ammazzettati. "Questa stanza si paga ad ore, e mi stai costando una fortuna."
"Sì, adesso arrivo," mormora lui, chiudendo gli occhi di nuovo. "Dammi solo due secondi per entrare nell'ottica."
"Basta che ti sbrighi," lo sente borbottare, mentre sparisce nella luce tenue che arriva dalla camera. Ascolta la porta chiudersi, e di nuovo rovescia la testa all'indietro.
L'acqua torna a toccarlo. E' più gentile di Edward, più dolce. Avvolge il suo corpo e non lo lascia andare.
Ma non lo scalda quanto lui - da dentro. E Rowan sa che mai, mai lo farà.
* Depeche Mode - In Your Room
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