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08 March 2013 @ 04:52 pm
Keith e David - Funambulismo  

Keith e David - Funambulismo


11


Seduto in poltrona, David sta leggendo.
Gli occhi sono bassi, sul fascicolo aperto; le gambe accavallate, un gomito premuto contro il bracciolo. È la postura di sempre: quella di un uomo che sa di avere a propria disposizione chiunque e tutto, ogni cosa perfettamente sotto controllo. Gli sarebbe sufficiente sollevare le ciglia - neanche bisogno di chiedere, solo di muovere le dita.
Normalmente, a Keith basterebbe concentrarsi su questo perché ogni tipo di attrazione si dissolva – gli basterebbe fissarsi sull’arroganza, porsi l’obiettivo di non cadere nel tranello.
Oggi, invece, è difficile anche solo distogliere lo sguardo.
O respirare, guardandolo.
Non sa spiegarsi il perché, esattamente. Non c’è una ragione logica, razionale: David è sempre lo stesso, attraente e professionale, perfetto. Non ha sorriso con più calore del solito quando gli ha aperto la porta; non ha utilizzato un tono di voce più suadente mentre lo interrogava sui risultati delle sue ricerche, né ha affilato lo sguardo ascoltando le risposte.
Eppure, Keith si è trovato a rispondere a braccio, incapace di computare il significato delle parole che stava utilizzando – se non fosse stato perché anni di pratica, a scuola, hanno addestrato il suo cervello a snocciolare dati in maniera automatica, il pomeriggio si sarebbe rivelato senza dubbio un disastro. Scena muta, imbarazzo totale – assoluto.
Fortunatamente, David non si è accorto di nulla. O almeno, non dà segno di averlo fatto.
Il che in effetti potrebbe significare semplicemente che è troppo abituato a provocare un certo tipo di reazione per considerare il disagio di Keith degno di importanza – oppure che la sua professionalità gli vieta di approfittare dell’occasione per divertirsi a sue spese. O che ha cose più importanti e divertenti a cui pensare che i rossori di un diciannovenne che, al momento, è anche il suo consulente. O…
E la cosa più assurda – scopre Keith - l’aspetto più allarmante dell’intera situazione è che neanche queste prospettive degradanti hanno il potere di distogliere la sua attenzione dalle pieghe che la stoffa dei pantaloni dell’uomo forma in corrispondenza del ginocchio, appena prima di tendersi seguendo la linea della coscia. E il pericolo di essere scoperto non basta a convincere gli occhi a staccarsi dal triangolo di pelle che il bottone slacciato della camicia rivela alla base della gola.
Non gli era mai accaduto, prima.
Del resto, non gli era neanche mai accaduto di sedere nel salotto di David Hamilton soltanto poche ore dopo essersi svegliato da un sogno come quello di stanotte – non è neppure l’imbarazzo, il problema, quanto l’impossibilità di mantenere i due mondi distinti.
È fin troppo facile sovrapporre all’uomo che gli sta davanti quello che gli sorrideva nel sogno – quello che lo guardava negli occhi. Addirittura lo scenario è lo stesso: la disposizione dei mobili intorno a loro, il colore delle pareti. Quello dei rivestimenti. E David piega la testa nello stesso modo, mentre volta la pagina del fascicolo e lascia scorrere lo sguardo lungo il testo del documento – si bagna le labbra.
Keith volta il capo in fretta – fissa l’attenzione sul cielo fuori dalla finestra.
La verità è che anche il sogno era anomalo, nella sua natura: non è la prima volta che il cervello lo colpisce, durante il sonno, con tutte le fantasie che mai si permetterebbe di sviluppare in forma cosciente, chiaro. Ma di solito al risveglio è l’eccitazione, la sensazione predominante. Frenesia e turbamento e una vaga inquietudine prodotta da stimoli troppo contraddittori: il residuo della violenza sottile che pervade quei sogni, la piega crudele delle labbra dell’avvocato. E il disagio per Vivian, più forte di tutto – la sicurezza che ci fosse anche lui, perduto tra quelle immagini. I suoi occhi, il suo corpo – un contrappunto perfetto a quello di David.
E Keith in veste di semplice osservatore, forse.
La nausea indicibile di sapersi colpevole.
Questa mattina, invece, nulla del genere: non c’era crudeltà nei gesti dell’avvocato, nessuno sprezzo. Nessun rancore. E non c’era Vivian, in nessuno dei fotogrammi che la memoria ha conservato: non il suo fantasma né il suo corpo nudo. Nessun senso di colpa né turbamento segreto.
Solamente un senso di calore dolce, soffuso – la malinconia di un tocco che ha lasciato un'impronta sul corpo anche senza essersi mai concretizzato.
David aveva mani caldissime, mentre scorreva le dita sotto l’orlo della sua maglietta – labbra socchiuse e palmi che risalivano lenti la sua schiena.
Chiudendo gli occhi con forza, Keith prende un respiro profondo nel tentativo di calmarsi.
Quando li riapre, quelli dell’avvocato sono fissi su di lui.
“C’è qualche problema?”
Lui arrossisce violentemente, scuote la testa distogliendo lo sguardo.
“No, niente. Va tutto bene.”
“Sicuro?”
“Sicurissimo.”
David lo sta ancora fissando, quando Keith si costringe a riportare l’attenzione su di lui: i loro sguardi si incrociano per un istante intenso, prolungato. Poi l’avvocato riprende a esaminare il documento, con calma e pazienza, come se non lo disturbasse per niente perdere in quel modo un pomeriggio. Soltanto la piega vagamente derisoria delle labbra segnala che è al corrente del disagio di Keith – che lo sa che gli avrebbe fatto un favore, se l’avesse messo subito alla porta.
Passano altri lunghi minuti, prima che l’uomo si decida infine a richiudere la copertina del fascicolo. Quando si china per appoggiarlo sul tavolino, il suo sguardo si sposta su Keith e lui raddrizza la schiena in fretta, come se la posizione eretta potesse servire per affrontare quella conversazione con un atteggiamento più adulto.v “Qual è il margine di esattezza che senti di potermi garantire, riguardo a questi risultati?” domanda David, con calma, accavallando le gambe. Sorride - un sorriso freddo e controllato – e Keith si sente girare la testa. “Dammi una percentuale.”
Lui deglutisce.
Concentrarsi è impossibile: ha questo modo di guardarti, l’avvocato, come se tu diventassi un’ombra e lui ti inchiodasse al muro. Come se quel che pensi, quel che sai, diventasse nebbia e ti restasse solo stoppa nella bocca. L’imbarazzo di non saper parlare – la gola secca.
“Una… percentuale?” ripete, per prendere tempo. “Non saprei dirti, David, non… Ho aspettato di essere sicuro dei calcoli, prima di contattarti. Li ho rifatti un’infinità di volte, sono sicuro del risultato. Non mi baso su margini di esattezza, quando lavoro a un progetto.”
E quasi non riesce a credere di star parlando sul serio – di star lasciando intendere che la percentuale del suo margine di certezza è 100%, perché la matematica non è un’opinione che si può curvare utilizzando le parole adatte e lui è sicuro di quel che dice così come è sicuro che 2+2 dà 4 e che la terra è un corpo sferico, ovvero fino alla presentazione di una nuova teoria capace di rivoluzionare il concetto stesso di certezza.
La realtà è che il suo universo sembra avere già cambiato leggi, quel giorno, e quando volta la testa per seguire i movimenti di David può solo pensare a come quella notte, nel suo sogno, l’avvocato avesse fatto lo stesso percorso che sta facendo adesso, circumnavigando il divano fino a portarsi alle sue spalle. Fino a sparire dalla sua vista – diventando onnipresente. Un universo in espansione.
“Emisfero sud, quindi,” lo sente dire. Lui si costringe a tenere lo sguardo fisso di fronte a sé – non si vuole girare.
“Sicuramente.”
“Immagino che la tua avversione per le percentuali spieghi perché la relazione non si avventuri a circoscrivere il luogo in maniera più precisa,” prosegue David.
Piegandosi su di lui, lentamente.
Soffiandogli le parole tra i capelli, sulla pelle.
“Anche se un’idea più precisa te la sei fatta, sicuramente.”
Keith ha chiuso gli occhi – non saprebbe neanche dire quando. O perché – come.
L’unica cosa che riesce a sentire, in quel momento – l’unica cosa che riesce a contare – sono i battiti del cuore che risuonano fin troppo rapidi nelle tempie, e i centimetri che separano la bocca di David dal suo orecchio. Dalla sua carne.
Era così anche nel sogno – la voce non aveva questa sfumatura ironica, quasi abrasiva, e non stavano parlando di percentuali e margini di certezza, ma la gestualità dell’uomo era la stessa di adesso. Erano gli stessi i brividi, i tremori.
“Non…” Deglutendo, si costringe a prendere un respiro profondo. Mantenendosi immobile – teso – chiude le mani a pugno. “Non sono sicuro. Credo Sudafrica ma non sono sicuro.”
La voce si spezza – è imbarazzante. Talmente imbarazzante che l’istinto di nascondersi e sprofondare invade tutto il resto, assordando i sensi e spingendo tutti gli altri stimoli alla periferia delle percezioni.
Come da una distanza incommensurabile, Keith sente David esclamare Bingo - analiticamente, a mente fredda, gli sembrerebbe quasi di notare nella sua voce una vena di trionfo, ma le orecchie stanno ancora ronzando e il momento di intimità si chiude troppo in fretta, comunque.
L’avvocato raddrizza la schiena, si allontana.
Il rumore dei suoi passi sul pavimento è un ritmo deciso, cadenzato, che echeggia nelle tempie insieme al battito del cuore e sembra adattarsi a quel suono. Sembra fondersi con esso, condizionarlo.
Keith è finalmente capace di respirare di nuovo – un respiro profondo. Alla sua sinistra, dentro un bicchiere tintinna del ghiaccio.
“Sono colpito. Seriamente,” dice David, il tono di nuovo neutrale, inintelligibile.
Quando Keith sposta lo sguardo su di lui, i suoi occhi hanno lo stesso colore del whisky che si è appena versato – la stessa trasparenza.
Per un istante, in controluce, la sua figura è talmente nitida e imponente che Keith non può fare altro che fissarlo – neanche si accorge che sta stringendo fra le dita il blocchetto degli assegni. Che, di nuovo, sta sorridendo.
“Quindi. Veniamo a noi…”
Lui deglutisce.
“Quanto devo scrivere?”
È un momento delicato, quello, Keith lo sa bene. Negli ultimi giorni ha agonizzato sul dettaglio del compenso almeno quanto sul timore di fare qualche errore di calcolo o sul terrore di rivedere David – se è sincero, forse anche di più. Chiedere consiglio a Vivian non è servito a niente se non ad aumentare le preoccupazioni: David è un giocatore, gli piacciono le sfide. Non rendergli la vita facile, aveva detto. Prima di suggerirgli una cifra assolutamente improponibile e aggiungere, candidamente: Più gli chiedi e più ti rispetterà. Dammi retta, Keith. Non vuoi dargli l’impressione di valere poco.
Non posso chiedergli 1000 dollari per un lavoro del genere, Vivian!, aveva protestato lui, incredulo. L’altro aveva fatto spallucce. Ed è ricordando lo scivolare della luce tra i suoi capelli biondi, adesso – è immaginando quella massa serica sparsa su quello stesso divano, e le dita dell’avvocato affondate al suo interno, chiuse a pugno – che Keith si morde la lingua e dice: “Pensavo 500 dollari.”
Impossibile, dopo, risalire alla ragione del silenzio che si prolunga tra loro e batte in testa con il sangue - bisognerebbe sollevare lo sguardo e studiare il volto dell'avvocato, forse, avere la forza di riconoscerne l'espressione.
Ma tutto resta immobile – lui, la parte della stanza che riesce a scorgere da quell'angolazione, l'avvocato in piedi. Dalla finestra, la luce del tramonto scivola sulla sua mano chiusa intorno al blocchetto degli assegni – scolpisce i rilievi delle ossa senza addolcirli.
Keith tiene lo sguardo fisso sulle sue nocche fino a quando non diventano troppo vicine per poterle fissare senza abbassare la testa – poi c'è solo il fruscio dei suoi vestiti, l'affossarsi del cuscino del divano alla propria destra. Il ginocchio dell'uomo sfiora il suo, per un attimo brevissimo. Quasi un brivido. Poi arriva il momento di voltarsi.
Piegato in avanti, David sta scrivendo velocemente; stacca l'assegno, posa la penna sul tavolino.
La sua firma è il fregio rapido di chi è abituato ad abbreviare il proprio nome in lettere appena abbozzate, una grafia essenziale ed aliena.
Non dice nulla, mentre gli porge il foglio. E non dice nulla quando Keith allunga la mano per riceverlo – quando le dita si sfiorano, in uno strusciare degli indici quasi involontario. Solo, sostiene il suo sguardo: occhi negli occhi, il contatto si prolunga in un istante infinito che brucia le percezioni realistiche dello scorrere del tempo, trasformando la pressione delle dita in una semplice proiezione fisica di qualcosa di più intimo. Poi, la realtà precipita su di loro come una forza ostile che riaccende ogni barriera: Keith si sente arrossire di colpo; di scatto, cerca di ritirare la mano.
Le dita di David si chiudono intorno al suo polso nello stesso momento, come se avessero previsto il suo tentativo di fuga e fosse già pronta una strategia per contenerlo. Ed è un’esplosione di calore difficile da razionalizzare - la consapevolezza che se serviva un gesto, per dare una direzione diversa a quel pomeriggio, l’avvocato non ha avuto alcun problema a fornirlo.
La gola si chiude, il cuore si gonfia trasformando ogni battito in un’eco, in un rombo di tuono, e Keith si trova a precipitare negli occhi di David come attratto da una forza di gravità sconosciuta; socchiude le labbra, espira.
Improvvisamente, ha la bocca secca.
Ed è difficile capire se si tratta di paura o di anticipazione, perché il corpo è acceso ma il cervello sembra come rallentato – perché i pensieri si sciolgono e i gesti si legano e quando David si china su di lui per baciargli il collo, Keith sente la testa piegarsi all'indietro senza saper dire se si tratta di un gesto involontario o se siano le mani dell'uomo, in qualche modo, a costringerlo.
La presa di David è salda, quasi autoritaria. Non c'è pericolo che qualcosa si rovini, non c'è spazio per sbagliare o per ritrarsi. Keith si sente rabbrividire, sente la bocca dell'uomo scivolare in alto, oltre la mascella, dietro l'orecchio.
Baciarlo, piano. Morderlo, subito dopo.
"E così, ragazzino," mormora David, sulle sue labbra. "Eccoci qui."
C'è sapore di trionfo, nella sua voce. Sapore di alcol sulla lingua, di qualche emozione che filtra nel sangue e si spande, si irradia. Lo invade. Keith sente la mano dell'uomo chiudersi sulla sua nuca ed è quasi una liberazione – un sollievo: il bacio si fa più profondo, rubandogli ogni possibilità di opporsi, ogni possibilità di cambiare idea o dire di no o mostrarsi incapace, mentre lui si limita a rilassare i muscoli della mandibola, ad aprire maggiormente la bocca. A lasciarsi muovere, disporre.
Arrangiare.
Si ritrova la maglia impigliata sotto la gola e la schiena schiacciata contro il divano prima ancora di essere riuscito a raggiungere una reale consapevolezza del bacio – David respira contro il suo viso e lo sta guardando negli occhi, serissimo e intenso.
Ha un ginocchio premuto contro il suo inguine, i pollici affondati nel suo collo, all'altezza della carotide. Keith sente il sangue pompare velocissimo, contro le sue dita - l'eccitazione una verità impossibile da smentire. E quando David si solleva, lentamente – quando si sfila la camicia, rapido, veloce – è come se il tempo accelerasse ulteriormente il suo ritmo. Come se qualcosa, dentro di lui, rallentasse del tutto.
Lo scindersi del panico.
Perché il corpo continua a sentire, a vibrare, reagire – quando l'uomo si china a baciargli il petto, la schiena si inarca; quando chiude le labbra intorno a un capezzolo e strattona la maglia per spogliarlo, il cuore impazzisce e Keith inspira fiato, geme.
Ma è tutto irreale. Tutto distante.
E' quasi sicuro che non dovrebbero andare così, le cose – che ci sia qualcosa di sbagliato, in quel distacco progressivo, qualcosa di pericoloso e allarmante. Ma è un'osservazione distratta anche quella, un pensiero secondario, poco importante.
Perché in fondo Keith lo sa, che non è mai riuscito a fondere insieme la realtà del corpo con la realtà del cervello e non è così strano, adesso, che il sesso invece di avvicinarle introduca un ulteriore divario.
David è bellissimo anche in quel momento, e lui si rende conto che dovrebbe sentire un coinvolgimento maggiore – quando lo vede slacciarsi la cintura e sente il rumore della fibbia che sbatte contro il metallo, invece, è con una calma assoluta che prende atto di tutto. Quel che è successo e quel che accadrà, quel che sta accadendo. Il ginocchio dell'uomo preme con più forza contro il suo sesso ed è piacere, forse, è dolore, ma la paura è un'ombra e per le ombre non c'è spazio, nella distesa piana e assoluta delle decisioni già prese, dei processi innescati e impossibili da interrompere.
Non avrebbe senso, in fondo.
Ne avrebbe forse bisogno?
L'unica incrinatura si realizza quando le mani dell'uomo si chiudono sulle sue cosce e le sollevano verso il suo petto, le aprono – quando i suoi palmi scendono a stringere le natiche e le dita si insinuano nel solco. Si spingono più avanti, cercano in profondo, il centro.
"Fai il bravo, avanti," viene il sussurro nell'orecchio, intanto, mentre le dita infine lo penetrano e il dolore – previsto e inatteso, aspettato e shoccante – lo sbalza per un attimo fuori dal cerchio delle decisioni annunciate, delle sicurezze calme e bilanciate perfettamente.
Perché fa male - fa male adesso, mentre David lo apre con movimenti pratici e bruschi, fin troppo frettolosi, così come ha fatto male ogni volta che Keith ha provato a farlo da solo, nel letto o nella doccia, così come ha fatto male addirittura con Raven, quel pomeriggio, l'unica volta che si sono spinti tanto avanti. L'unica volta che hanno provato.
Raven sorrideva, quel giorno – aveva sorriso tutto il tempo, e parlato dolcemente, e mosso le dita in carezze lente e circolari, come per convincere il suo corpo ad aprirsi da solo, ad accogliere all'interno un elemento estraneo quasi si trattasse di qualcosa di logico, di naturale e benvenuto. Keith sentiva ogni muscolo teso come se resistere a quell'invasione fosse questione di vita o di morte, però, e neanche la disinvoltura di Raven – neanche la sua calma, la sua capacità di rilassarti e dare piacere – aveva saputo sconfiggere quell'istinto.
David, ora, si spinge dentro di lui come se neanche l'avesse notato, e forse è questo il segreto.
Non chiedere permesso.
Non esitare neanche un attimo.
Keith sente la bocca spalancarsi, la schiena e i fianchi muoversi in un tentativo spontaneo di sottrarsi al dolore – le mani dell'uomo sono una morsa ferrea, però, non lo lasciano indietreggiare. Ed è mentre lo sente spingersi dentro sempre più a fondo - ogni spinta un centimetro, ogni centimetro la consapevolezza che tra i rimanenti ce n'è uno di meno - che la calma torna ad abitarlo, a separare la mente da quel che stanno facendo al suo corpo.
Perché è tutto già finito, ormai, tutto già passato – la risoluzione è stata presa, comunicata, ha già riportato le prime conseguenze. Keith aveva deciso di non scappare più e non è scappato, aveva deciso di comportarsi da uomo e l'ha fatto: non importa se fa male, adesso, non importa se spaventa. Non importa se Raven lo guarderebbe inorridito, probabilmente, se forse neanche Vivian capirebbe.
Non importa niente.
Soltanto la consapevolezza di star vivendo qualche rito di passaggio e di starlo facendo con gli occhi aperti, con qualcosa che somiglia al coraggio.
Gradualmente, man mano che i movimenti dell'uomo si fanno più irregolari e profondi, il dolore scema lasciando al suo posto un senso di indolenzimento annebbiato. Keith non saprebbe dire se sia un effetto fisico, se i muscoli si stiano finalmente abituando, o se si tratti di una conseguenza psicologica di quello strano allontanamento – ogni emozione, ogni sensazione è attutita, al momento. Ridotta. Come un rumore che filtra attraverso il cotone, o dentro l'acqua.
Ma è un sollievo, non dover più mordersi le labbra per trattenere i gemiti o le grida, non dover più costringersi a tenere gli occhi aperti perché l'istinto sarebbe chiuderli, nascondersi. Potrebbe guardare David, ma c'è qualcosa di stranamente imbarazzante nell'osservare i segni del piacere sul volto di un altro – qualcosa di colpevole, vergognoso. La sensazione è di star spiando un momento troppo delicato, troppo intimo, e se da un lato si rende conto di quanto sia assurdo quel pensiero, considerando la posizione in cui si trovano e il fatto che è suo il corpo dentro cui l'uomo sta inseguendo l'orgasmo, dall'altro lato tutto questo non fa che rendere ancora più difficile il pensiero di sostenere il suo sguardo.
Vorrebbe chiudere gli occhi.
Vorrebbe andarsene.
Non sa spiegare perché sia questa la cosa peggiore. Finora ha sopportato tutto, resistito, trovato un equilibrio anche mentre il corpo veniva scosso dal di dentro, e adesso che tutto sta finendo deve ricorrere al vecchio stratagemma di ripetersi le tabelline a mente per non mandare tutto all'aria e abbandonarsi alla crisi di nervi che sente crescere sotto pelle, arrampicarsi dalla punta delle dita alle ginocchia, alle spalle.
Premendo le dita nella sua schiena, alla fine, stringe i denti: ed è in quel momento che lo sente venire, dentro di lui, che lo vede irrigidirsi – e il coraggio viene a mancare di colpo, viene a mancare la forza di guardare, di sentire, di sentirsi. Si arrende: chiude gli occhi – il primo cedimento vero, da quando si è lasciato sdraiare e spogliare e prendere senza pronunciare alcun suono - perché è sicuro che se vedesse la sua espressione adesso, se vedesse cosa sta guardando, cosa sta provando, tutto quel che oggi ha ottenuto sarebbe vanificato e lui si ritroverebbe a piangere, come un bambino.
A tremare e scappare come il ragazzino vergine e inesperto che è.
Che era.
Forse.
Dove tracci la linea di demarcazione tra due stadi? Adolescenza ed età adulta – esiste un modo di separarle veramente?
E basta costringersi a farlo, per riuscirci?
Basta farsi forza? Violarsi?
Dopo, è tutto stranamente silenzioso e quieto. Anche il cuore batte lentamente – i muscoli dovrebbero fare male, forse, dovrebbero fare male le viscere, ma il corpo sembra anestetizzato.
Tirandosi a sedere, Keith lascia andare un respiro che aveva cominciato a trattenere in un'altra storia, in un'altra dimensione, e cerca di chiedersi, molto razionalmente, cosa succederà ora.
Come proseguire.
Le risposte mancano. Ma per la prima volta in vita sua, neanche questo sembra riuscire a mandarlo nel panico.






Non c'era nessuna fretta, di evadere le chiamate non risposte, e mentre parla al telefono con il procuratore David è perfettamente consapevole che avrebbe potuto rimandare quella conversazione a domani o dopodomani - nulla di importante, solo chiarimenti in sospeso.
Eppure adesso se ne sta appoggiato con la spalla ai vetri della terrazza, fuma.
Osserva le luci della città che si stendono ai suoi piedi e parla dentro l'auricolare come se fosse la cosa più normale del mondo, riesce perfino a concentrare la mente sui ragionamenti del suo interlocutore.
Quell'indifferenza ostentata gli dà un piacere sottile, così come la propria nudità definita dal chiarore di una penombra fumosa e asettica. Avrebbe potuto almeno infilarsi addosso i jeans, normalmente l'avrebbe fatto.
Ma normalmente non c'è Keith che si sta rivestendo nell'angolo opposto della sala e questo fa la differenza in ogni caso, anche se quell'atteggiamento sfrontato ha sapore di trionfo. Anche se - andando davvero a fondo nell'analizzare la questione - diventa impossibile non accorgersi che è sempre la presenza del ragazzino a muovere certe scelte, a determinare reazioni e strategie.
David prende un'altra boccata dalla sigaretta che tiene fra le dita e espira il fumo senza fretta, getta lo sguardo all'orizzonte della notte per non cedere alla tentazione di voltarlo indietro verso l'interno della stanza.
E poi, poi c'è da rilevare la possibilità che abbia agito così per lasciare spazio a Keith. Per dargli modo di rivestirsi senza l'imbarazzo della sua vicinanza o della sua attenzione, di un'intimità ancora troppo pesante da sostenere.
Il procuratore parla di udienze e giurati, mentre lui si sforza di capire da dove arrivi quella odiosa sensazione di sconfitta che diventa surreale, se accostata all'adrenalina della vittoria che ancora scorre nel sangue. Sa di essersi preso quel che voleva e di averne goduto, di averlo fatto in maniera perfettamente egoistica.
Eppure viene da domandarsi dove fosse Keith, nel frattempo, perché nella gara di quel negarsi a vicenda David non è sicuro che tutto sia poi andato esattamente secondo i propri piani; perché al di là del corpo quel maledetto ragazzino continua a sfuggirgli e forse è questa la verità, forse è stata la rabbia ad averlo portato con la spalla appoggiata a quel vetro e la mente agganciata a quella telefonata inutile, un pò crudele e un pò stupida.
Frustrante.
Quando interrompe la comunicazione, per un attimo si ritrova a non aver più idea di cosa fare - di cosa dire.
"Scusami," esclama, togliendo l'auricolare dall'orecchio. "C'è sempre qualche grana da risolvere, e in genere sono anche piuttosto urgenti."
Il fatto che Keith non appaia particolarmente infastidito lo irrita in maniera inattesa, quasi un pugno allo stomaco: si è rivestito, David lo trova in piedi di fronte al divano. Per un istante rivede i suoi capelli scompigliati sul cuscino e deglutisce lentamente, si avvicina di qualche passo.
"Non c'è problema," lo sente dire. Che non sia una frase di circostanza appare più che evidente: c'è una distanza incolmabile nel suo sguardo, difficile intuire cosa gli stia passando per la testa, se stia pensando a qualcosa. La sensazione è quella di non averlo neppure sfiorato, di non essersi mai mosso dentro di lui.
Non davvero.
Quando il ragazzino aggiunge, senza alcun tono: "Io stavo comunque per andare via", lui registra la stessa fitta allo stomaco di tutte le volte in cui si è scontrato con la barriera degli occhi chiusi di Samuel, del sesso che non lascia traccia e dell'impulso insensato di lacerare sul piano fisico quella lontananza odiosa ed eccitante al tempo stesso, la frustrazione di doversi infilare i jeans in fretta per non aggiungere il anche il disonore a una battaglia già perduta.
"Perfetto," risponde. "Non scordare l'assegno."
È capace di una freddezza quasi crudele, quando ha quella voglia di afferrare qualcuno alla nuca e baciarlo a fondo, più a fondo. Sbatterlo più forte, farlo godere.
Lascia la camicia sbottonata sul petto, gli apre la porta prima che possa aprirla lui.
"Buonanotte," dice.
Ma Keith non pare assolutamente far caso ai suoi addominali, non pare toccato neppure da quel commiato asettico. Ha una compostezza tutta sua mentre varca la soglia della porta, la cartellina vuota sotto braccio e il giubbotto già abbottonato fino al collo. L'intuizione del suo odore, che per un breve istante torna a stordire i sensi come una droga.
"Buonanotte," risponde. David inspira.
Gli viene da ridere e non ne ha voglia, e non ha voglia di bere whisky. Fumare magari, ricordarsi dove ha messo le sigarette.
La mensola.
Accanto alla finestra.
C'è la sua cravatta sul pavimento, David la aggira a debita distanza come se si trattasse di un serpente in agguato. Non riesce a capire se quello strano stordimento sia imputabile all'alcol o alla stanchezza, non riesce a liberarsi dai flash insistenti di immagini frammentarie: l'intreccio dei corpi e lo strusciare del suo ventre contro il ventre del ragazzino. Il proprio gomito puntato sul divano, la mezzaluna di luce sulle natiche di Keith. Pelle umida, saliva o piacere.
Se ne accorge adesso, che quella stanza sa ancora di sesso.
Spalanca i vetri della finestra e sente l'aria della notte contro il petto, inspira dalla sigaretta con tutta la profondità di cui è capace.
Ha senso, quella casa?
Per non rabbrividire, serra le labbra e stringe i denti.
Ricorda di averlo fatto anche in aula quella mattina, quando Holmes aveva avvicinato le labbra al suo orecchio per bisbigliargli qualcosa. Il pubblico ministero parlava, le parole risuonavano sulla volta del soffitto.
Probabilmente Samuel ne sarebbe stato crivellato.
Lui fuma lentamente, invece.
Fuma e si riscopre appiccicato addosso quel senso di euforia consunta, la certezza che qualcosa sfugga di un soffio oltre la superficie levigata delle mete raggiunte, di quelle desiderate e di quelle pretese. Serate simili definiscono un vuoto sempre identico, un meccanismo perfetto.
Non resta che premere la tempia contro il vetro, allora, cedere i muscoli all'abitudine del nulla.
Pensare a Keith è irritante, eppure la mente finisce comunque per riannodarsi lì.
Viene da chiedersi quando sia stata l'ultima volta che la vita ha pulsato realmente dentro il petto, non solo nel corpo e non solo nel piacere, ma nel confine che divide il torpore dall'attenzione o l'abitudine dalla scoperta, l'alba dal sonno.
Neanche saprebbe indicarlo con certezza, l'ultimo stato di veglia che ha vissuto.
Forse è stato il giorno che ha visto sua figlia per la prima volta, o forse quell'istante sospeso in qualche stagione indefinita dei suoi vent'anni - la bocca di Samuel che si schiudeva per offrire un bacio mai dato e la consapevolezza così nitida - così nitida - che sarebbe bastato un passo avanti. Uno solo.
Ma forse no.
Magari bisognerebbe risalire ancora più indietro, alle lucciole delle notti senza luna e alla facilità di catturarle nel palmo della mano, ai sandali distrutti da un'estate di giochi nei campi.
Da troppo tempo la completezza è un'ombra che sfugge a lato di ogni intensità provata, un'anestesia costante che è sempre stata forza e sicurezza, mai peso. Mai percepita.
Per questo il vero problema non è l'eccitazione che il maledetto ragazzino sa iniettargli nel sangue, non è l'euforia sottile di quando Keith sa tenergli testa o la sfida di quel gioco di seduzione così cerebrale, troppo facile da perdere e che sarebbe un peccato permettersi di vincere. Non è neanche la frustrazione di perdere ogni controllo, gli orgasmi che la fantasia gli ha concesso in passato o quello strappato stasera quasi con arroganza - un sesso tutto sommato mediocre. David l'avrebbe archiviato con una certa irritazione, in qualunque altro caso.
Ma è che il sonno sembra sfumarsi, e non basta più serrare i denti di fronte ai testimoni del processo. Non serve l'alcol, non è sufficiente distogliere la mente dalla certezza di averlo sentito nello stomaco, il punto di rottura, mentre il corpo era impegnato a prendersi il piacere e il cervello a scaricare rabbia e desiderio.
È come un dormiveglia che si sta incrinando, dolore che torna a pungere i nervi da profondità inaudite. Neanche te lo ricordavi più, come poteva mordere.
Neanche vuoi ricordare.
Quando ha affittato quel'appartamento, David aveva in mente notti di sesso clandestino e serate di relax solitario - potrebbe approfittare dell'idromassaggio o della sauna, in effetti, invece il mozzicone dell'ultima sigaretta fuma ancora nel posacenere mentre una fretta inspiegabile lo costringe a rivestirsi velocemente, a infilarsi la cravatta nel taschino senza neppure concedersi la solita sosta davanti allo specchio prima di uscire.
Deve andarsene da quel posto, le alogene delle lampade sono diventate fumogeni soffocanti.
Tutto quel vetro, quei riflessi.
Fuori sembra quasi di tornare a respirare – deve aver piovuto, nel frattempo, l'aria è umida.
Le chiavi tintinnano fra le dita, scatta la portiera della jaguar.
Gli piace quel quartiere anonimo, palazzi altissimi costruiti strappando campagna alla sua infanzia di prati e lucciole - e le galline, non scordiamoci le galline. Il cemento ha inghiottito ogni fottuta cosa, è quasi una rivincita. Rosenfield.
La piccola città universitaria dove non succede mai nulla di interessante, dove potresti percorrerle ad occhi chiusi, le solite rotte quotidiane. Rosenfield ha un quartiere nuovo di zecca, costruito esattamente sui mille tesori che Samuel ha nascosto sotto terra nel corso degli anni e sui suoi patetici principi nordici, su tutte le sue stronzate.
Camminarci sopra dà un piacere perfino confortante, la jaguar sfreccia sull'asfalto illuminato di pioggia e lentamente tutto sembra incastrarsi di nuovo in immagini più solide, il mosaico pare ricomporsi.
Preferisce non chiederselo, David, cosa sia quel sollievo strano. Il semaforo scatta verde e lui pensa che cazzo, non si era sbagliato di molto quando aveva immaginato il culo del ragazzino sotto la stoffa del costume da bagno. Gli viene da ridere.
"Piccola puttana," sbuffa, ingranando la marcia più alta.
Perché i ragazzini sono così - un sacco di smorfie e piagnucolii e poi finiscono per prenderselo tutto - ti fanno uscire di testa, da quanto sono stretti. O da come godono, che alla fine godono sempre. E poi arrossiscono se gli baci la mano.
Intanto Keith adesso sarà rintanato sotto le coperte della sua camera da diciottenne, con l'impronta del suo corpo che ancora pulsa nel ventre e una nuova erezione da nascondere anche a se stesso, perché se l'è cercata ma deve mantenere la sua immagine di verginella illibata. Divertente.
Poteva non accettare quel lavoro, poteva non salire.
La verità è che voleva essere scopato e fanculo a tutto, doveva sbatterlo più forte. Fottersene del preservativo e di tutte le cazzate alla Samuel, tirarlo di nuovo in casa e sbatterlo ancora.
Sembra particolarmente complicato, sfuggire all'eccitazione continua di quella serata - qualunque stato d'animo si trovi a fronteggiare David finisce immancabilmente per arenarsi in una ragnatela di brividi che pungono sottopelle, nel fermo immagine delle proprie dita affondate sulle cosce di Keith.
La radio trasmette le previsioni meteorologiche, lui cambia stazione.
Decide in quel momento che non può essere che l'alcol, a farlo sentire così stordito, magari sommato alla stanchezza di una giornata pesante. Si è appena scopato il ragazzino che aveva osato scaricarlo, il processo sta volgendo decisamente in suo favore e domattina può dormire qualche ora in più, non ci sono udienze in programma.
Non c'è ragione per sentirsi addosso quell'ansia insistente, quel fastidio allo stomaco. Eppure, basta la station wagon del vicino parcheggiata sul vialetto di casa per farlo uscire dall'auto sbattendo la portiera, dimenticando perfino che si tratta della sacra portiera della jaguar.
"Frocio," esclama.
E per un attimo non sa bene cosa fare - si attaccherebbe al clacson, se non gli balenasse in testa il pensiero che sua figlia sta sicuramente già dormendo. Opta quindi per un calcio furioso sulla carrozzeria laterale, chinandosi poi quasi incuriosito per controllare se l'ammaccatura ci sia davvero o se si tratti di un semplice gioco di luce.
Sembra che il danno sia evidente, per fortuna.
Ma neanche questo riesce ad attutire il ritrovato malumore, non gli impedisce di sgommare sul prato e non lo salva dall'entrare in casa con l'orribile sospetto di essersi rovinato il tacco della scarpa; non allenta la tensione della mascella.
Dentro, tutto appare insopportabilmente tranquillo.
Lui estrae la chiave dalla serratura, si sfila la giacca e la appende al braccio. Avanza di qualche passo in direzione della luce, si ferma sulla soglia del salone.
Che bello, essere a casa: Megan sta leggendo sul divano, i suoi occhi si sollevano dal libro con la lentezza di chi sa benissimo cosa si troverà davanti, di chi non ha voglia di trovarsi davanti nessuno. Tanto meno lui.
"C'è di nuovo l'armadio del vicino parcheggiato sul nostro viale," dice allora David, attraversando la stanza per gettare la giacca sulla spalliera della poltrona. "Non l'hai vista? Sono dovuto passare sopra il prato, per entrare in garage."
"Immagino che sia stato un sacrificio immenso per il tuo spirito sensibile e ambientalista."
"Hm," fa lui. È davvero stanco, se ne rende conto sempre di più ad ogni istante che passa. Eppure, da dietro, le spalle di Megan sono un disegno di luce intrigante e altrettanto intrigante risulta quella sua freddezza distratta, la vena sarcastica delle sue parole.
"Dovresti sforzarti di essere più accogliente, sai?" le dice, aggirandola senza fretta. "Dare un bacio a tuo marito, per esempio. Preparargli un caffè. Ho avuto una giornata pesante."
"Rivolgimenti di coscienza?" viene la domanda, caustica. "O è solo la fatica di sorridere sotto i riflettori?"
"Vedo che hai ricominciato a guardare il Tg della sera," risponde David, poi le si siede di fronte. Inarca le sopracciglia, sorride. "Ammettilo. Sono schifosamente telegenico."
"Se vogliamo dirla così…" Silenzio. "Mio padre sarà stato soddisfatto, immagino."
E sa colpire nei punti giusti, Megan, sa come farlo sentire stupido: il galoppino di suo suocero, nient'altro.
Ma non è quello il punto, ed è inutile che lui finga indifferenza o che rilanci la sfida. È stanco, è reduce da una giornata fitta di battaglie già combattute e lei è comunque troppo bella per lasciarti scampo.
"Chissà com'è possibile, che non ti abbia passato una sola proteina del suo dna..." dice.
Non serve, però, perché la mente è troppo scollegata per sostenere l'attacco in maniera efficiente. Non serve perché sa di aver davvero sorriso troppo di fronte ai giornalisti, quando è uscito dall'aula, sa di esser risultato completamente credibile. Completamente sicuro di sé, soddisfatto.
C'è qualcosa di terrificante, nella certezza di riuscire a dissimulare così bene quel grumo di nausea che ha dentro. Perché il grumo era lì, stava scavando mentre le telecamere registravano i suoi sorrisi. Sta scavando ancora, e d'un tratto la fronte si vela di un sudore gelido.
"Miracoli. A volte avvengono," risponde Megan.
E quel suo distacco cessa di apparire erotico per mostrarsi nella realtà di quel che è davvero - non solo disapprovazione, non rimprovero né semplice biasimo. Ma disgusto, lo stesso che David ha letto negli occhi di Samuel un istante prima che la sua mano colpisse lo zigomo.
Un peso insopportabile - così, da un momento all'altro. Senza una ragione precisa, solo perché lei è troppo bella o perché April sta dormendo al piano di sopra. O perché i ragazzini che quella mattina ha messo con le spalle al muro, in aula, avevano la stessa età di quello che si è appena scopato in quel modo. Perché avevano nel volto lo stesso smarrimento struggente di Vivian, perché mancavano i due che si sono impiccati al lampadario del salotto.
Quando si alza in piedi sente lo sguardo di Megan che lo segue in silenzio - si avvicina alla bottiglia del whisky e si rende conto che non riuscirà a bere un solo sorso.
Lancia un'occhiata alla porta, si passa la destra fra i capelli.
"Vado a dormire," annuncia.
Ha addosso l'odore di Keith e gli gira quasi la testa, è una sensazione inebriante e insopportabile al tempo stesso. Proprio non ce la fa, a passare dalla stanza di sua figlia prima di infilarsi sotto la doccia.
L'acqua scorre sul corpo mentre il vapore offusca le immagini ed eccola di nuovo, quella voglia di vita che si dibatte dentro il petto senza trovare appigli, senza più riconoscersi negli scambi velenosi con Megan o nella forma delle sue labbra, o nelle linee dei propri muscoli. Nella giornata appena trascorsa. In quelle che verranno.
Tutto è condensa, aria fumosa come le alogene nell'appartamento clandestino.
"Fanculo al whisky," sibila. Ma stasera se l'è già ripetuta troppe volte, quella scusa, perché possa ancora risultare credibile.
L'ultima sigaretta la fuma in veranda, a un passo appena dalla camera di April - i gomiti appoggiati sulla ringhiera e gli occhi persi nel reticolo di pioggia che imprigiona la collina, l'immaginazione impegnata a disegnare i movimenti di Megan. Spazzola nei capelli, il libro riposto sul comodino. La mano che si allunga verso l'interruttore. La luce che si spegne.
E lui là fuori, immerso nel buio, a schiacciare la cicca contro l'intonaco del muro.




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